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martedì 30 agosto 2016

LA VITA DAL BALCONE

Radio Vaticana, omelia di Papa Francesco del 10 settembre: «è importante capire gli altri, non condannarli».
Giorni prima (Domenica 6) ne Il Sole 24 Ore non mi è sfuggito l’articolo “La misericordia attuata da Francesco. Il Papa benedice una ragazza madre”: «[Francesco] Non ha certo timore di rompere vecchi tabù, che in qualche modo hanno segnato la vita quotidiana della Chiesa. Ieri in un collegamento tv con gli Usa ha detto a una ragazza madre texana: “Dio ti benedica per quello che hai fatto. Sono orgoglioso di te, cammina a testa alta”…».
Il filo logico tra i due interventi mi sembra evidente.
Sulla traccia di questa evidenza trovo pertinente il sottotitolo “Francesco, testimone di speranza” di un interessante libro di Alessandra Ferraro, «Non guardate la vita dal balcone…», Elledici, Torino.
L’invito di Francesco è chiaro: «Siate protagonisti»; all’Autrice non sfugge l’«appello, forte e incisivo, che coinvolge ogni persona a non restare immobile, subendo i mondo passivo i problemi della vita e del mondo».
In questo Pontefice, venuto dai “confini del mondo”, io percepisco spesso l’invito a ispirarci all’alba del Cristianesimo, alla Chiesa delle origini, all’eco entusiasta, pure tra le avversità della primitiva predicazione, che si avverte nel clima quotidiano leggendo il Libro degli Atti degli Apostoli.
E come egli “bacchetti” una certa diffusa ipocrisia quando, dimenticando il nostro Battesimo, ci comportiamo in modo farisaico... Un Cristianesimo talvolta stanco e inamidato quello cui Bergoglio dà una scossa nel tentativo di rianimarlo dalle secche di un certo sopore: sforzo cui si oppongono in molti dentro le stesse mura vaticane…
Per Francesco, evidentemente, “essere protagonisti” non significa solo fare scelte coraggiose ma farle, quelle scelte – pure di controcorrente –, alla faccia dei compromessi, perché la fede nel Risorto non accetta vie di mezzo e accomodamenti. La Misericordia e la Tenerezza di Dio esigono l’assunzione della responsabilità d’essere Cristiani, cioè fedeltà al Vangelo di Gesù, al kerigma.
Per alcuni versi, le riflessioni dell’Autrice disegnano un ritratto di Bergoglio che si fa portavoce e protagonista di un pontificato inedito nella forma: «Dobbiamo essere coraggiosi» è il suo proclama (pag. 6) e prima o poi ricevi una sua telefonata perché hai bisogno della sua consolazione, perché egli risponde al tuo appello come “uno” chiunque (pag. 73, 75). Per esempio, quanti, tra noi, sanno che Francesco ha trascorso il suo compleanno con tre senzatetto, con gli «ultimi della terra, respinti dalla società come scarto e invisibili agli occhi di un mondo frenetico, assetato di guadagno personale e di successo sociale»? (pag. 7).
Francesco è «un Papa che non ha paura di dire ai potenti che “l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita” e invita a “non avere paura della bontà e della tenerezza”» (pag. 3). In una società di “efficiente pragmatismo” come questa, bisogna avere il coraggio di andare controcorrente nell’educazione dei giovani; essi «devono essere educati, stimolati a puntare verso i veri valori, a non lasciarsi trascinare nel vittimismo e nel pessimismo guardando la vita dal balcone. Papa Francesco rivolge questo imperativo non solo ai giovani ma a tutti: “Giocate in attacco! Calciate in avanti, costruite un mondo migliore, di fratellanza, di giustizia, di amore, di pace, di fraternità e di solidarietà”. Un appello – dice Ferraro – che invita tutti a non restare fermi, subendo in modo passivo i problemi della vita e del mondo» (pag. 4).
Similitudine azzeccata è quella che l’Autrice propone tra Bergoglio e Don Bosco (ricordo che Elledici, l’Editrice che pubblica il libro, è salesiana, e Dario Viganò, sacerdote salesiano, è stato nominato Direttore del Centro Televisivo Vaticano proprio da Francesco...). Nonostante sia Gesuita e «seppure in un’epoca del tutto diversa, con necessità e bisogni differenti, Papa Francesco interpreta e incarna lo spirito salesiano anche nel suo stile di comunicazione, fatto di gesti e parole che dicono allegria, vicinanza, affetto a chiunque incontri» (pag. 92).
«Pensavo – dice Bruno Vespa (cfr. Testimonianze, pag. 95) – che Giovanni Paolo II fosse imbattibile in fatto di comunicazione. Bene, Francesco è andato oltre».
A tale riguardo, secondo l’Autrice la sfida della buona comunicazione «è rivoluzione della verità, della bontà e della bellezza che ognuno di noi è chiamato a fare», perché – citando Bergoglio – «ciascuno nel proprio ruolo e con la propria responsabilità deve vigilare per tenere alto il livello etico della comunicazione e, in particolare, evitare quelle cose che fanno tanto male: la disinformazione, la diffamazione e la calunnia» (pag. 94).
Una cosa, dunque, è non stare a guardare la vita dal balcone, ben altra è farlo giocando in attacco rispettando le regole che la Misericordia e la Tenerezza di Dio impongono, perché se «Dio ci ama, non dobbiamo aver paura di amarlo. La fede si professa con la bocca e con il cuore, con la parola e con l’amore» (Francesco, udienza generale, 3 aprile 2013). L’invito è chiaro: «Svegliate il mondo, siate testimoni di un modo diverso di fare, di agire, di vivere» (Francesco, video-messaggio, 29 novembre 2014).
Propongo una citazione per stimolare il Lettore a leggere quest’agile libro: «Se io non fossi Cattolico e volessi trovare, nel mondo, la vera Chiesa, andrei in cerca dell’unica Chiesa che non va d’accordo con il mondo. Andrei in cerca della Chiesa che è odiata dal mondo […]. Cerca quella Chiesa che i mondani vogliono distruggere in nome di Dio come crocifissero il Cristo. Cerca quella Chiesa che il mondo rifiuta, come gli uomini rifiutarono di accogliere il Figlio di Dio» (Venerabile arcivescovo Fulton Sheen).
Oreste Mendolìa Gallino

mercoledì 9 marzo 2016

LA DEMOCRAZIA TRA CRISI E TRASFORMAZIONE

La Rassegna degli Incontri Culturali 2015/2016, organizzata dalla Diocesi di Jesi, Biblioteca Petrucciana, e dal Comune di Jesi, Assessorato alla Cultura, Biblioteca Planettiana è terminata il 19 febbraio scorso. Ospite presso la Planettiana è stato il Prof. Stefano Petrucciani, docente di Filosofia Politica presso La Sapienza di Roma, che ha presentato una riflessione su Democrazia tra crisi e trasformazione.
Ovvio pensare che la crisi della Democrazia sia in stretta relazione «già da qualche anno, non solo in Italia, col fenomeno preoccupante della perdita di fiducia dei cittadini nei confronti delle Istituzioni rappresentative». Un fenomeno talmente dilagante che, secondo Petrucciani, non poteva sfuggire alla riflessione degli esperti, vista la «grande fioritura di studi e di libri che, già dai titoli, danno la percezione di un interrogarsi su una situazione che è percepita come difficile e di crisi».
Quali sono i motivi delle numerose difficoltà di una Democrazie senza Democrazia, per citare uno di quei libri, quello di Massimo Salvadori?
Il Relatore ne ha proposti alcuni, che qui sintetizzo per la riflessione del Lettore.
Il primo, la “verticalizzazione della Politica”. Viviamo il tempo della Politica del leader; da qui alla crisi della Democrazia il passo è breve: un leader è uomo forte e rappresentativo di un’idea politica, che supplisce alla «riduzione della partecipazione dei cittadini alla vita politica dei partiti» e, al tempo stesso, è specchio dell’«indebolimento del ruolo degli organismi parlamentari; sempre più spesso, infatti, i Parlamenti sono costretti a votare grandi pacchetti legislativi preconfezionati» sui quali non esistono confronto e dibattito e che, perciò, s’impongono senza un dialogo tra le parti. È il cosiddetto ricorso, vizio ormai inveterato, al “voto di fiducia” che è cartina di tornasole della spoliazione del dibattito parlamentare e, non meno, strategia della riforma che mira ad aumentare i poteri del Presidente del Consiglio (il cosiddetto “premierato forte”, tanto per intenderci).
Figure di questo tipo impongono un’attenta riflessione sul rapporto tra Politica e potere comunicativo, potere mediatico. È «un problema molto serio – secondo Petrucciani –, perché l’intreccio ormai si è fatto fortissimo e questo porta alla mediatizzazione della politica e riduce il cittadino a semplice spettatore». Petrucciani denuncia «la trasformazione della Politica che deve necessariamente seguire il modello del marketing, che s’ispira allo slogan accattivante (cfr. Podemos in Grecia, Yes, we can! di Obama, Perchéno? di J.F. Kennedy ecc.) e al personaggio seducente che riesce a proporlo al pubblico. Il rischio è che non si possa più proporre un ragionamento complesso, poiché la comunicazione con questi strumenti dev’essere estremamente rapida e basata sull’immagine, quindi porta a svuotare la possibilità di ragionare con maggiore attenzione sulle questioni e di conoscerle in modo più approfondito».
«Messaggi troppo complicati e riflessivi – prosegue Petrucciani –, rischiano di smarrire la strada per prevalere in questo tipo di mercato politico. Il potere dei media è capace di creare e distruggere personaggi, ed è un dominio fortemente concentrato. I grandi conglomerati che controllano i media nel mondo sono pochi e hanno la possibilità di influenzare il pubblico e portarlo al sostegno di questo o di quel leader».
Tutti sanno che RupertMurdock, fondatore e proprietario di un vasto conglomerato economico specializzato nel settore dei mezzi di comunicazione di massa, ha sostenuto Margaret Thatcher e Tony Blair (campagne elettorali Anni 90) e quella recente di David Cameron.
E dopo il Ventennio berlusconiano chi può mettere ancora in dubbio l’intreccio tra potere economico, politico e mediatico che ha prodotto incontrollati interessi perversi e incestuosi?
Certo è che in questo clima di esautoramento della funzione democratica in mano ai Cittadini, essi non possono fare altro che sentirsi sempre meno rappresentati e, di conseguenza, sviluppare un certo risentimento. Questo “rancore” è aggravato dalla «traslazione della decisione politica dal livello nazionale a quello sovrannazionale, in un’atmosfera che è molto più impermeabile rispetto al dibattito politico» indigeno di ciascuno Stato.
La crisi economica, per esempio, ha mostrato il notevole rimaneggiamento dell’esercizio democratico proprio di una nazione, perché, sempre più spesso, le politiche – in particolare quelle economiche – sono stabilite, quasi imposte, dall’Unione e dalla Banca europee. Sintomatico di questa situazione dagli accenti kafkiani è che lo stesso Jürgen Habermas (storico e sociologo tedesco della “Scuola diFrancoforte”), fortemente europeista, ha detto che “non era mai successo che Governi eletti dal popolo fossero sostituiti senza esitazioni da  persone direttamente portavoce dei mercati” (Monti, in Italia e Papadīmos, in Grecia, tanto per citarne un paio…).
Secondo il Professor Petrucciani, un terzo motivo di riflessione sulla crisi della Democrazia è rappresentato dallo sfaldamento della contrapposizione politica tra Destra e Sinistra, uno scenario d’interessi contrapposti – nella prima, quelli della borghesia; nella seconda, quelli del proletariato ­– nato durante la Rivoluzione Francese. È parere del Relatore «che, negli ultimi anni, si sia rotta la simmetria tra dialettica politica e dialettica sociale, nel senso che una serie di strati sociali più o meno svantaggiati non ha più trovato una rappresentanza nell’ala sinistra dello schieramento politico e probabilmente se la è andata a cercare altrove, a Destra». In breve: la Sinistra non è più stata capace di rappresentare, tanto meno di tutelare, avendo tra le proprie fila un interlocutore carismatico, «gli strati sociali perdenti della globalizzazione (il lavoro industriale, l’operaio industriale in Italia, oppure i ceti popolari delle periferie urbane alle prese con un tessuto che si degrada in seguito ai flussi migratori)».
Figlie di questa perdita d’identità sono le cosiddette forze “populiste” (Movimento 5 Stelle, Lega Nord), «che hanno assunto la rappresentanza del disagio e del risentimento dei perdenti della globalizzazione e che sfruttano il risentimento degli strati sociali colpiti da queste trasformazioni», per assumerlo come strategia della propria politica alternativa.
Se, dunque, da questo scenario emerge la fotografia di una Democrazia “malata”, quali sono i rimedi per guarirla?
Senza dubbio non si può fare a meno della ricetta di NorbertoBobbio, il grande pensatore, filosofo, giurista, storico, politologo e senatore torinese (1909-2004) che sosteneva che nel “gioco” democratico non possono mancare determinate regole: libere elezioni, pluralità di partiti, libertà di discussione, confronto aperto nell’opinione pubblica, politica parlamentare). Mica uno qualunque, Bobbio, che negli Anni 20 condivise il Liceo classico Massimo d’Azeglio di Torino con Leone Ginzburg, Vittorio Foa e Cesare Pavese!
Altro “farmaco” per rinvigorire la Democrazia sta nella “sostanza” concreta e reale dei diritti dei Cittadini, diritti sostanziali che rendono qualunque Cittadino un individuo libero, non dipendente da altri, non a rischio di emarginazione e di povertà; diritti che la Costituzione recita senza fraintendimenti. Ché se Democrazia significa “potere di tutti” (del popolo, della gente), tutti, allora, hanno diritto a voto, libertà politiche e pluralismo, a cittadinanza sociale e inclusione sociale. Tutti hanno diritto istruzione, cultura e salute, assistenza sociale, lavoro e assistenza pensionistica. Nessuno può fare a meno di queste fondamenta inalienabili nella vita di ogni essere umano; «la democrazia, infatti, – secondo Petrucciani – porta in sé una tensione tra ciò che essa è realmente capace di fare e dare e la sua capacità di rafforzare il potere dei Cittadini».
E se «la Democrazia è dinamica, processo inarrestabile, che non si compiace dei risultati conseguiti», la ricetta per tenerla in vita sta nella sua capacità «di guadagnare nuovi fronti, di superare tutti gli ostacoli che si frappongono al libero sviluppo della Persona umana e del Cittadino».
Certo è che il senso del “bene comune” rispetto a quello privato, la solidarietà civica e l’interesse per la “cosa” pubblica, è un argomento – seppure complesso e articolato – essenziale per il destino della Democrazia.
«Purtroppo – conclude il Professor Petrucciani – la storia italiana è una parabola di frammentazione politica che altri Paesi non hanno avuto. L’Italia ha costruito un’identità collettiva molto tardivamente: un cammino che essa ha fatto tra molte difficoltà. Il nostro è un Paese che ha urgente bisogno di ritrovare il senso di comunione e di comunità civiche sforzandosi di superare spiriti settari e particolaristici, lontani dal concetto di Nazione, che nella sua storia sono stati sempre molto forti».
Concludo questo intervento ricordando quello che, nel 1999, scriveva la Professoressa Sandra Ponzanesi, Capo Dipartimento di Discipline storiche dello UniversityCollege di Utrecht: «Per comprendere il processo di multiculturalizzazione in atto, è necessario in primo luogo ripensare la nozione di identità italiana: un concetto che appare piuttosto controverso negli anni Novanta. L’Italia, che si proietta al mondo esterno come il Paese del made in Italy e della corruzione politica, non coincide con un’area culturalmente coesa. Il recente movimento della Lega Lombarda, che propone uno stato federale in cui il Nord possa essere separato dal resto del Paese, è solo la recente espressione di una lunga storia di differenziazioni linguistiche, politiche ed economiche».

Oreste Mendolìa Gallino

lunedì 29 febbraio 2016

DEMOCRAZIA SFIGURATA MA NECESSARIA

La Rassegna Incontri culturali 2015/2016, voluta dalla Biblioteca Diocesana “Pier Matteo Petrucci” e organizzata insieme al Comune di Jesi e a Jesi Cultura, è terminata il 19 febbraio scorso; presso la Biblioteca Planettiana-Sala Maggiore è stato ospite il Prof. Stefano Petrucciani che ha trattato il tema “La democrazia tra crisi e trasformazione”.
Propongo qui un breve riassunto della conferenza precedente, quella del 20 gennaio scorso, dal titolo “Individuo democratico e la sfida individualista tra interesse e solidarietà”. È stata tenuta, presso la Biblioteca Diocesana, dall’eminente Prof.ssa Nadia Urbinati, docente di Teoria Politica presso la Columbia University (USA), stimata editorialista e politologa con un passato d’impegno politico al servizio della comunità civile.
L’iniziale citazione dell’opinione di Churchill riguardo alla democrazia ha illuminato tutta la relazione della Professoressa e ha rappresentato il costante riferimento per le sue numerosissime riflessioni. Il nucleo del pensiero del grande statista inglese è che «la democrazia è un cattivo governo ma, tra tutti i cattivi governi, è certo il migliore. Quindi, la democrazia è “un meno peggio”».
Che cosa, pertanto, rende accettabile la democrazia? Semplicemente che essa è un riconoscimento dell’imperfezione umana, perché ammette che ogni decisione può essere cambiata e che ciò avviene grazie alla cosiddetta “regola della maggioranza”. Fatto non trascurabile, a quanto pare, perché la possibilità di una seconda scelta che si concede al cittadino si fonda sul principio che egli è Persona con un’entità finita, dunque imperfetta; e che, perciò, a lui spetta sempre la facoltà (e il diritto) di dissentire dai politici che ha legittimato a rappresentarlo, per le decisioni che prendono in favore della collettività, mediante il proprio voto.
«Il voto, tuttavia – come dice la Professoressa Urbinati –, non è “sì” e “no”, perché è un’elaborazione, pure in continuo mutamento, e dentro di sé esso è molto più di un semplice voto. Infatti, quando ci rechiamo a votare per questo o per quell’altro, nella nostra mente noi facciamo una ricapitolazione, perché siamo esseri giudicanti. Un grande filosofo e pedagogista americano del XX secolo, John Dewey, diceva che quando votiamo ci portiamo in tasca tutte le nostre passioni, i nostri interessi, le nostre visioni e volontà, i nostri pregiudizi. Perciò, quando prendiamo la scheda e segniamo la scelta con una croce, dentro quella scheda e in quella croce ci sono tutto il nostro pensiero, tutto il nostro interesse esistenziale, economico e sociale, tutte le nostre ideologie e idee».
Perché vogliamo a tutti i costi un sistema democratico? Semplicemente perché non possiamo pensare di non essere persone autonome e libere; perché il nostro sviscerato amore per la libertà ci porta a volerne essere legati, anche a esserne insoddisfatti quando non funziona come dovrebbe, là dove ritenessimo che nostra libertà ne uscisse decurtata.
Tutto si fonda, appunto, sull’idea – molto concreta, tangibile e pragmatica – della libertà. «Dalla libertà – incalza la Relatrice – non abbiamo vie di fuga, perché ne abbiamo continuamente bisogno per scegliere. I grandi teorici del Diritto, da Montesquieu a Kant, a Hegel, hanno affermato che è proprio grazie a quest’immensa libertà che noi possiamo essere puniti; la società che punisce i responsabili dei crimini punisce i liberi», quelli che nella libertà si assumono il peso delle loro scelte. «La punizione, infatti, implica un sistema di potere costruito in modo tale che essa sia impartita in maniera non arbitraria, proprio perché gli esseri umani sono uguali nel valore e nella dignità».
Individualismo, interesse e solidarietà sembrano elementi tra loro in contraddizione e rispetto all’idea di libertà, ma sembrano tali solo in apparenza.
In effetti, «esistono almeno due forme d’individualismo. Uno è quello basato soprattutto sulla razionalità strumentale, sulla razionalità economica; un individualismo egoistico, tendenzialmente anarchico, comunque quello più tipico della teoria e della prassi liberiste. L’altro è quello che si basa sul riconoscimento della dignità dell’individuo. A questo tipo corrisponde una lettura della democrazia che non è soltanto sistema per selezionare i politici che poi amministreranno la cosa pubblica, ma qualcosa che riguarda i rapporti tra le persone all’interno della comunità» (SamueleAnimali, Prolusione).
La Professoressa Urbinati, da parte sua, ritiene che «l’individualismo non è necessariamente qualcosa di anti-sociale; certo, c’è anche un’idea d’individualismo contro la società, quello dei liberisti e dei neo-liberali, ma non c’è solo quello. Nella comunità democratica ogni Cittadino ha bisogno di essere un individuo singolo, con la sua specificità. È proprio di un sistema democratico-costituzionale rispettare e avere cura della dignità profonda della persona e della sua onorabilità».
Si tratta altresì di un individualismo che ognuno deve saper proteggere: «Guai a pensare che altri se ne debbano occupare! I giovani, in particolare, non devono commettere l’errore di pensare che il sistema vada avanti da sé (autopoiesis); che esso abbia la sua logica interna e che, perciò, è inutile che essi vi partecipino attivamente. Un sistema democratico non è una macchina che – una volta accesa – va da sola. Non è così. I sistemi democratici non si gestiscono da soli, perché appena noi ci tiriamo un po’ indietro, il bisogno di potere, che è distribuito in maniera uguale, riemerge. Perciò, guai a pensare che gli altri penseranno a noi».
Parliamo, qui, di un individualismo che, diversamente dalla sua naturale radice egoistica, è, invece, capacità di riconoscere chi siamo, attitudine ad avere un senso di sé, abilità ad avere sicurezza in noi stessi, principalmente nutrire il senso del rispetto di sé. Tutti elementi che costituiscono la condizione per l’uguale interazione con l’alterità.
L’interesse esistenziale con cui l’individuo si appresta a votare è espressione delle peculiarità proprie dell’essere umano: individuo che discute e che ama dialogare, che non accetta semplicemente di obbedire. La Persona è Cittadino che, per capire, vuole fare domande e, se il caso, che non teme di contestare; soprattutto, se necessario, di cambiare idea.
In un sistema democratico la parola “interesse” ha una valenza ambigua. «Ci sono due modi d’intenderlo – incalza la Professoressa Urbinati. Uno perché è virtù averlo (concezione repubblicana): dobbiamo avere interesse a essere migliori per il bene della comunità. L’altro, più umano, è perché “l’interesse è nel nostro interesse”, come occuparci della cosa pubblica così da controllare sempre l’esercizio del potere. Nell’esercizio dell’interesse taluni sognano la città ideale e perfetta. Altri lo fanno perché ritengono di non potersi fidare dei demagoghi: di quelli, cioè, che vogliono i voti perché ritengono che sia nel loro interesse occuparsi della cosa pubblica».
Esercitato come virtù propria del sistema democratico, l’interesse non è negativo; anzi, sarebbe meglio che il Cittadino fosse più attento al proprio interesse. E proprio qui s’inserisce il principio della solidarietà. Applicarsi in modo virtuoso all’interesse significa metterlo in relazione al bene pubblico, perciò realizzare una sorta di solidarietà civica. Il principio del “noi siamo gli altri”, cui sollecita la riflessione della Relatrice, è prendere atto che la nostra vita individuale e le nostre scelte dipendono enormemente dal rapporto che abbiamo con gli altri.
Perché, dunque, dobbiamo essere solidali? «Perché in democrazia gli individui sono uguali nelle condizioni e nelle possibilità. La solidarietà non è ideologia. Solidarietà di Cittadinanza democratica significa riconoscere che condividiamo lo stesso destino. Gli antichi dicevano che i Cittadini sono come in una barca nella quale alcuni esercitano un lavoro, altri ne fanno un altro, e tutti concorrono, nella complementarietà dei loro ruoli e delle loro funzioni, al benessere della collettività». Se la solidarietà fosse solo ideologia, ci sentiremmo cittadini isolati, perché, soli, saremmo perduti. Se, da un lato, la democrazia è condizione di libertà attiva, dall’altro lato la società democratica attiva è una condizione imprescindibile all’interno della quale ciascuno di noi può trovare il proprio posto e, così facendo, contribuire al raggiungimento del bene comune.
Certo è condivisibile l’affermazione della Professoressa Urbinati quando dice che «i politici “sono” perché siamo noi che li scegliamo». E che non siamo mai autorizzati a «pensare che in democrazia ci sia uno più potente degli altri: siamo noi che attribuiamo potere, perché la Costituzione dice che “la sovranità proviene dal popolo ed è lui che la esercita secondo…”».
Se le cose stanno veramente così, gentile Professoressa, Lei ha una spiegazione plausibile che spieghi agli Italiani, in particolare al Lettore di queste pagine, quale tipo di democrazia li obbliga a essere governati, da ben tre legislature, da Politici che essi non hanno mai votato?

Oreste Mendolìa Gallino


martedì 1 dicembre 2015

VERSO UN ETHOS DEMOCRATICO E PLURALISTICO: LA SFIDA DELLA CONTEMPORANEITÀ

Ho particolarmente apprezzato il curriculum vitæ della Prof.ssa Francesca Brezzi, che insegna Filosofia Morale presso l’Università di Roma Tre; vi ho trovato una cifra impressionante di pubblicazioni scientifiche: il risultato di una carriera straordinaria di studiosa e d’insegnante. È farle torto riferire qui soltanto, per esigenze di spazio, che è Delegata del Rettore per le Pari opportunità-Studi di genere, Presidente dell’Osservatorio studi di Genere, parità e pari opportunità (GIO), costituito con le Università La Sapienza, Tor Vergata e Roma Foro italico, unica Italiana presente al First Women Inspiring Europe Calendar 2011 ideato dall’EIGE, European Institute for Gender Equality.
Su questa Donna e Filosofa di grandi valore e prestigio [che va fiera dei suoi studi sulle insigni filosofe che ne hanno forgiato il carattere, Weil (1909-1943), Arendt (1906-1975), Stein (1891-1942), Zambrano (1904-1991)] è caduta la scelta felice di aprire la Rassegna Incontri Culturali 2015/2016 organizzata dalla Biblioteca Diocesana “Pier Matteo Petrucci”, che in Mons. Attilio Pastori ha il dominus e il mentore, dal Comune di Jesi e da Jesi Cultura, e che si è aperta venerdì 20 novembre presso la Biblioteca Planettiana. La conferenza è stata preceduta da una breve presentazione dell’Assessore alla Cultura, Dottor Butini e da un’introduzione dell’Avvocato Professor Animali che, insieme alla Prof.ssa Rita Santini, cura la Rassegna.
Soprattutto a causa degli ultimi accadimenti, che sconvolgono la coscienza d’ogni cittadino del mondo, la Relatrice si è fatta portavoce di una proposta interessante: «La situazione contemporanea esprime una sorta di fame di Etica, perché non è vero che l’Etica è finita o che non sia presente nella nostra riflessione». La sua meditazione ha preso avvio dalla denuncia che la Filosofia «che s’impone dall’alto come verità apodittica, una Filosofia dell’affermare e “sistematica”» non ha più senso, perché non risponde alle esigenze della “crisi” in atto, crisi intesa nel suo significato etimologico di “passaggio”, di “trasformazione”, resi necessari dall’attraversamento del guado che la Persona compie consapevole dell’inquietudine che porta in sé, alla ricerca di un approdo che le consenta di affrontare adeguatamente la sfida della contemporaneità.
È in atto «un’Etica inquieta e problematica, dove il termine “problematico” – secondo Brezzi – ha una valenza positiva, perché evidenzia una serie di elementi positivi legati alla ricchezza delle nuove proposte etiche. Certo, è una problematicità che si coniuga in maniera positiva perché è “ricchezza”, pluridimensionalità, in un patrimonio dove si possono individuare percorsi alternativi, nuovi e importanti, legati alle nuove domande contemporanee». Brezzi ritiene, infatti, che la contemporaneità esprima «una sorta di fame di Etica» ma che «bisogna stare attenti che questa fame non sia soddisfatta con cibo avariato». Evitare un’intossicazione significa sforzarci di «continuare a pensare e cercare di comprendere», perché nel particolare momento critico «che stiamo vivendo, il compito è comprendere le ragioni profonde dei gesti e degli accadimenti».
Comprendere e capire è un atto di responsabilità che mette in discussione le certezze del passato, prima fra tutte che la razionalità del “cogito” cartesiano (Io penso, dunque sono, esisto) non è più sufficiente per dare risposte: “Allora, io, chi sono? Se non sono l’essere razionale che Cartesio, rassicurandoci, ci aveva proposto, chi sono, io?”. La risposta a questa domanda è prendere atto che un soggetto nuovo si sta costruendo, «non un soggetto vuoto, come diceva Cartesio, ma un soggetto che si definisce “soggetto altro”». È l’essere umano scopre in sé la diversità, prima fra tutte quella di genere, non ultima quella di essere un soggetto relazionale, capace di confrontarsi con l’altro da sé. Se l’uomo cartesiano era piegato su se stesso, quello contemporaneo è rivolto al di fuori di sé, verso un universo complesso e articolato, in cui scopre che la diversità è luogo di ricchezza, luogo di confronto col mondo. È la visione positiva del soggetto reciproco, non più egocentrico.
L’analisi della Professoressa Brezzi scava a fondo su questa condizione della Persona umana come cittadino di un mondo allargato, e lo fa proponendo l’immagine del soggetto che, anagrammando se stesso, non è più monade (uno e singolo) ma nomade, individuo incamminato verso un’Etica pluralistica e condivisa. È evidente la posizione della Relatrice secondo cui un soggetto relazionato, che vive in una comunità, debba almeno tentare di disegnare un Ethos pluralistico che gli consenta di dirsi “cittadino europeo”. Alla domanda “Quale Ethos per l’Europa?”, Brezzi risponde che si tratta di una vera e propria sfida: «si tratta di continuare il viaggio, si tratta di cercare ancora, soprattutto avendo qualche certezza in un percorso che sarà senza dubbio accidentato. Una di queste certezze è che questo viaggio, che è un viaggio di esperienza, non è puramente pensato». Contrariamente al solito intercalare, la Filosofia, è radicata nella realtà, nella contingenza… E che «le certezze assolute sono pericoli da evitare; pericoli come i fondamentalismi, gli integralismi, l’indifferenza». Riguardo all’indifferenza, «Nietzsche ha una espressione molto bella: “Il deserto avanza; guai a chi fa avanzare il deserto”. Il deserto è dato dall’indifferenza».
Quanto deserto c’è intorno a noi? Se le risposte sono «timide e balbettanti – incalza Brezzi – la soluzione sta nel cercare valori unitari e di convivenza». Primo fra tutti quello la Cultura, «fattore fondamentale d’integrazione dell’Europa. Bisogna ricominciare a pensare all’Europa come a un insieme di culture che possono alimentare un processo d’integrazione, altrimenti, il rischio è soltanto quello degli scontri, della guerra».
Quello proposto è un Ethos nel cui nucleo vi sono il valore del rispetto e la valorizzazione delle differenze: «un pluralismo etico – dice Brezzi – basato su valori condivisi fondamentali (libertà, pace, tolleranza, rispetto della Persona umana, accoglienza, ospitalità…) cui le differenze portano nuova ricchezza».
Cittadinanza europea è, secondo la Relatrice, cittadinanza non indifferente. A suo parere, il “pensiero appassionato” della filosofa Hannah Arendt è lo stesso che ha animato alcune Donne e Filosofe: come la stessa Arendt, pure Weil e Stein (in religione Teresa Benedetta della Croce, dichiarata Santa da Giovanni Paolo II nel 1998 e l’anno successivo Compatrona d’Europa) permettendo loro di avvertire il dramma che l’Europa visse durante la Seconda Guerra mondiale: tragedia di lacerazione dell’identità comune fondata sulle radici del Cristianesimo.
Dare spazio alle passioni civiche nella città, quindi ri-fondare la Polis, ri-fondare la comunità è la proposta cui la Professoressa Brezzi chiede di prestare grande attenzione. E per farlo cita il filosofo francese Paul Ricoeur, colui che ritenne fondamentali i “maestri del sospetto” (Marx, Nietzsche e Freud) che definirono come falsa scienza quella di origine cartesiana. Ricoeur propose tre percorsi per realizzare un Ethos nuovo per l’Europa. Quelli delle memorie condivise e del perdono fanno appello alla necessità di mettere a confronto vittime e carnefici, per ricordare il passato. Una sorta di evocazione di ciò che accadde nel post apartheid sudafricano, dove, grazie alla collaborazione tra Mandela e l’Arcivescovo Tutu, si scongiurarono le vendette e si promosse un Ethos condiviso mediante la Commissione per la Verità e la Riconciliazione.
Personalmente, io esprimo tutte le mie riserve – e mi assumo la responsabilità delle mie affermazioni – riguardo a questi due percorsi, non tanto perché io ritenga vano il perdono e la condivisione della memoria storica, quanto perché certe piaghe della Storia sono e rimangono aperte e sanguinanti. Che dire della Shoah, di cui, tra l’altro, quest’anno celebriamo il settantesimo anniversario? Non me la sento di giudicare i sentimenti che tuttora provano certe vittime verso i loro carnefici…
Il percorso della traduzione mi sembra che colga meglio il senso della “cittadinanza non indifferente” proposta dalla Professoressa Brezzi. Si tratta di riconquistare il significato etico della traduzione, non solo quello, nobilissimo, squisitamente filologico: entrare nella Cultura dell’alterità non significa dimenticare la propria, perché sarebbe un appiattimento forzato e inutile. Secondo Ricoeur, che parla di “ospitalità linguistica”, il significato etico del tradurre è «abitare l’altra lingua come ospiti invitati, adeguando il più possibile le risorse dell’una e dell’altra». Ed è proprio l’ospitalità linguistica che esprime un Ethos rinnovato, perché dimostra la possibilità di comunicare con l’alterità, evita l’incomunicabilità tra le parti in causa, gli stereotipi e le contrapposizioni “noi-loro”.
Voglio terminare questo mio contributo rendendo l’omaggio che merita la Professoressa Brezzi come Donna e Filosofa. Il lavoro mi è reso facile dalla recente pubblicazione di un articolo sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore del 15 novembre, intitolato “La Filosofia non è una barba”, di Maria Bettetini.
Al di là dell’evidente doppio senso del titolo, luogo comune che in queste righe spero di aver contribuito ad abbattere, l’Autrice intendeva rendere un (doveroso) omaggio alla Filosofia “al Femminile”.
Leggo: «“Voi donne al massimo siete delle storiche”, mi disse molti anni fa un collega un po’ borioso […] Storiche? È un complimento, la storia del pensiero libera dalla stupidità di ritenersi i primi ad aver pensato e detto qualcosa, infonde rispetto verso il passato, così da guardarsi bene prima di confrontare se stessi con un grande che ha l’unico difetto di essere morto. Forse questa è la caratteristica della donna che si misura con la filosofia, non aver paura di sporcarsi le mani con il passato e col presente, non recitare il ruolo del genio solitario e incompreso. Non nascondersi dietro parole astruse o addirittura inventate (non è uno scherzo, accade). Misurarsi con la vita tutta intera, si tratti della Storia con la maiuscola o delle nostre piccole storie. L’intento è quindi quello di fare filosofia qui e ora».
A quell’intento che la Professoressa Brezzi ci ha comunicato, con passione e con grande competenza, va il mio ringraziamento e quello, ne sono certo, della comunità jesina che ama la Cultura del confronto.


Oreste Mendolìa Gallino

martedì 13 ottobre 2015

PENSARE E AGIRE NEL PRESENTE

“Navigare l’insicurezza o gestire la complessità?”: il filosofo Riccardo Dottori, cittadino di Moie, ha tenuto una conferenza sulle “Riflessioni, le aperture e le suggestioni per il pensare e l’agire nel presente”.
Indagine prevalentemente sociologica di carattere politico e culturale, l’intervento di Dottori non esita a verificare come e quanto il ruolo dell’individuo sia fondamentale per il destino dell’umanità, in funzione della “qualità morale” che ciascuno deve consacrare alle relazioni umane; educazione al dialogo e alla condivisione, dunque, possibile solo attraverso l’autodisciplina della persona umana, intesa come primitivo e primario valore senza il quale la speranza non esiste e il futuro non si costruisce.
La riflessione di Dottori è complessa e articolata, perché si fonda sulla disamina di quelle che sono considerate le “sfide” fondamentali che l’umanità deve affrontare e superare per coltivare la speranza nel futuro del mondo.
La prima sfida è quella tra la razionalità e la pianificazione del futuro, che sembra cozzare contro i limiti del nostro pianeta.
Nella società occidentale contemporanea – prosegue il filosofo – la razionalità non è altro che la razionalizzazione sia della produzione sia delle risorse del nostro pianeta, perché essa sembra essere l’arma più propria per la sussistenza e la sopravvivenza dell’umanità che tende continuamente a crescere.
Il problema che ormai pone la nutrizione dei 10 miliardi di persone e la miseria in cui versa la grande maggioranza delle popolazioni africane e, in parte, delle asiatiche, nonché la situazione di endemica arretratezza e conflittualità negli Stati Uniti, nell’America Latina e nei Paesi post-comunisti, pongono seri interrogativi sul futuro dell’umanità.
Questa non è la sola sfida, perché con essa s’incrocia un’altra sfida che viene da un principio fondamentale della civiltà occidentale in quanto cristiana, ed è quella della solidarietà. È impossibile pensare di pianificare il nostro futuro senza il valore fondamentale della solidarietà. La razionalità non è sufficiente.
Il regime dell’iniziativa e della concorrenza nella società in cui viviamo tende sempre all’accaparramento delle risorse per l’assicurazione della propria sopravvivenza o della propria egemonia. Nei Paesi più sviluppati del panorama mondiale non si lotta solo per la sussistenza ma per l’egemonia vista, questa, in quanto condizione imprescindibile per la sopravvivenza.
Se nell’Occidente europeo si perde la sfida della solidarietà si vanifica anche la sfida della pianificazione razionale e pacifica del nostro futuro.
Sotto certi aspetti, questa sfida è contrapposta alla precedente, poiché si tratta della sfida della solidarietà tra gli abitanti del pianeta contro la corsa all’accaparramento delle risorse.
Un altro dei valori fondamentali della tradizione occidentale, condizione basilare per la pianificazione razionale all’insegna della solidarietà, è la democrazia.
In Grecia è il “potere del popolo”: potere garantito dal dialogo tra persone libere e che può essere inteso come il dialogo tra i vari segmenti costitutivi della società oltre che al dialogo tra i singoli individui.
Senza democrazia e senza dialogo, pure a livello internazionale tra Paesi, non funziona la razionalizzazione delle risorse del pianeta.
L’ultima sfida è quella del dialogo tra le diverse religioni e le diverse civiltà. Questa è forse la sfida più difficile da realizzare.
Le società e le civiltà non occidentali sembrano non tenere in alcuna considerazione la democrazia e il dialogo; alla base di queste civiltà – perché ne determinano gli scopi e lo stile di vita –, esistono religioni insensibili – se non contrarie – al confronto, religioni che credono di essere uniche detentrici della “verità”: sia per ragioni di esercizio del potere da parte delle classi dominanti (cui non vogliono rinunciare) sia perché, in verità, “democrazia” e “dialogo” ammettono, per definizione, che l’“altro” (cioè le altre religioni) possa essere nel vero.
La negazione della democrazia, che in buona sostanza si traduce nella negazione dei diritti della Persona, della sua libertà critica e del dialogo in generale, è lo spettacolo cui quotidianamente assistiamo e che non ci fa bene sperare per il nostro futuro.
All’inizio de “La Repubblica”di Platone, la colossale opera di filosofia che mai ci stancheremo di ammirare e di capire, chiedendoci invano se si tratta di un’opera politica, o di educazione civile, o d’indagine filosofica, o di progetto utopico di una società futura, l’Autore propugna il principio del dialogo come condizione essenziale per lo sviluppo della civiltà, di ogni convivenza civile e, quindi, di quello stato ideale che ha, appunto, nel dialogo il suo oggetto fondamentale di realizzazione della “polis” (cfr. Giuseppe Cambiano, Polis. Un modello per la cultura europea. Laterza, 2000).
Platone indica come compito della vita mortale la via che tende verso l’alto, verso la via immortale o il “viaggio millenario” (termine che sta a significare che i Platonici credevano nella reincarnazione delle anime), che consiste nel praticare giustizia o saggezza, e tende a sottolineare che non esiste alternativa alla convivenza civile se non quella basata sulla mutua persuasione, e quindi sul dialogo.
Ne “La Repubblica”, infatti, è proprio l’espediente dialogico che permette a Platone il confronto tra i vari personaggi: contro la violenza di chi rifiuta il dialogo non si può fare nulla ma solo invitare l’“altro” alla persuasione piuttosto che all’esercizio della prepotenza; proprio nel momento in cui cessa il dialogo, perché l’“altro” non ha più argomenti da contrapporre, iniziano la violenza e la guerra.
Un altro principio ispiratore che emerge dal pensiero platonico a proposito del dialogo è quello secondo cui vincere se stesso è la prima e la migliore di tutte le vittorie, non fosse altro perché, in questo modo, si scongiurano la guerra e la violenza da essa riveniente.
Al contrario, l’essere vinto da se stesso è la cosa peggiore e più vergognosa che possa accadere ad un individuo.
Si tratta ora di capire che cosa significa “vincere se stessi”.
La piena legittimazione della persona umana sta nella sua possibilità di vincere la guerra con se stessa.
Pure in questo frangente la lezione è quella che ci viene da “La Repubblica”: soltanto quell’affidatezza interiore, che proviene dal nostro equilibrio intimo, dalla comunione delle nostre facoltà sensibili ed intellettuali, è la base di tutte le virtù civili. È questo che significa essere esenti dalla violenza!
Tuttavia, la vittoria su se stessi non va intesa come un esercizio alternativo della violenza, come è accaduto nel Medioevo o in una certa parte del Cristianesimo, ma come temperanza esercitata e raggiunta con l’esercizio.
A tale proposito, Platone afferma che non si può essere fidati cittadini se non si è fedeli a se stessi. È in questa originaria “affidatezza”, affidabilità, fedeltà che si fonda la base del giusto rapporto tra i cittadini, quindi la base del diritto e della pace. Ne consegue che la composizione dei conflitti sociali va intesa come esercizio del dialogo. La pace, infatti, non può essere fondata sulla vittoria di alcuna tra le parti in causa, ma solo sul principio fondamentale del confronto, sull’armonia raggiunta attraverso il dialogo che è, appunto, virtù e base del diritto, della giustizia e delle giuste leggi.
È legittimo chiedersi: qual è l’effettiva possibilità di dialogo, quale la reale apertura dialogica?
Potrebbe essere infatti possibile che nel dialogo stesso ci sia una sommessa, una velata possibilità che esista una certa forma di violenza da parte di qualcuno: quella di pretendere di essere nel giusto e nel vero e di volere, per questo motivo, persuadere l’altro con tutti i mezzi dell’arte del discorso.
Va altresì sottolineato che non vi è alcun dialogo tra le parti se entrambe non ammettono di sé, per principio e con coraggio, che possono avere torto. Non esiste dialogo che porti alla pace, e alla legittimazione dell’“altro” in modo reciproco, se il confronto inizia col pre-giudizio (cioè il giudizio preventivo) di qualcuno ad avere ragione.
La reale apertura dialogica pretende innanzitutto di mettere in discussione se stessi e cioè la propria personale presunzione di essere nel vero e nel giusto. Ecco perché per imparare a dialogare effettivamente e per costruire un futuro dobbiamo imparare… ad avere torto. Perché “avere torto” significa trovare l’entusiasmo di mettersi in discussione, di cercare e sperimentare nuove strade, di fare autocritica, di saper ascoltare l’“altro” e smettere di ubriacarsi della propria voce.
Soltanto allora incontreremo l’“altro”, perché lo riconosceremo nella sua diversità, e nell’incontro tra “i diversi” sapremo collaborare per unire forze complementari al mantenimento degli equilibri mondiali che assicurano il futuro del mondo.

Oreste Mendolìa Gallino

SOGGETTIVITÀ E GODIMENTO

Libertà immaginaria nella crisi del postmoderno? Le illusioni della libertà nell’epoca dell’eterno presente. è il turno del professor Petrosino, docente di Filosofia ermeneutica presso la Cattolica di Milano. “Soggettività e godimento” è il tema ed è un invito a guardarci allo specchio della nostra coscienza di Persone e di Cittadini, senza fraintendimenti o ipocrisie, dando il giusto nome alle cose. Lezione senza moralismo, s’intende; aveva ragione Levinas (filosofo francese, 1905-1995) quando diceva che «la cosa importante è sapere se parlando di morale non si cade nel moralismo».
Il godimento (che è un bene, non certo un male) è un fatto ontologico, «non è una cosa schifosa di cui vergognarsi»; anzi, rappresenta il punto essenziale del costituirsi dell’identità della Persona, del soggetto umano. è la Persona, non l’animale, che fa esperienza di una “pienezza”, perché in gioco c’è il problema della “presenza”. Io sono, è ontologia (dal greco ón, óntos, ‘io sono’ + lógos, ‘parola’), consapevolezza del proprio Essere: lo dice la Persona quando fa esperienza dell’in-sé, cioè di se stessa in relazione a.
Il bambino percorre i primi passi nel raggiungimento della propria identità, del proprio Io, attraverso il “mIo”; «Questo è mio» permette alla sua piccola coscienza di confermare se stesso rispetto al mondo circostante: “il mio giocattolo”, “la mia mamma” ecc.
Il “mIo” nell’età adulta è pericoloso perché disgrega l’identità della Persona! Accade che il godimento, da bene in sé e per sé, diventi male (cioè non si è fermato sul ciglio del labile confine tra il “buono” dal “cattivo”) quando la Persona vive protesa verso desideri compulsivi e incontrollati, labirinti che narcotizzano la volontà. La “dipendenza”, infatti, significa dipendere da ‘qualcosa’ (alcol, tabacco, droga, sesso ecc.), oppure da ‘qualcuno’, significa permettere che la propria identità esista solo grazie a un mediatore che la certifica.
Il “mIo” è pedagogico sulla bocca del bambino, non è educativo nel cuore dell’adulto. Attraverso i bisogni, il bambino scopre la propria identità; se un adulto cerca nell’oggetto ciò che esso non è e non può dargli per appagare la propria sete, si ridurrà a inseguire freneticamente un bisogno dopo l’altro. è l’approdo ai desideri compulsivi. Il godimento si trasforma in male quando è schiavo di un desiderio continuo e irrefrenabile. è la patologia di Don Giovanni, “il collezionista” di donne: una vale l’altra, perché ella è oggetto, non godimento appagante.
è la Persona – non l’animale – che fa continua esperienza della “mancanza”, intesa come il “non-tutto”. E la mancanza è il filo conduttore del desiderio. L’angoscia di Heidegger (filosofo esistenzialista tedesco, XIX-XX secolo) non è paura ma consapevolezza del “buco”, del limite umano.
Come ogni cosa che esiste, la Persona è ‘singolarità-individualismo’, ma è anche ‘soggetto’ e ne fa esperienza attraverso il godimento: «godo, perciò sono». Ben inteso: il “buco” è «qualcosa rispetto cui qualunque oggetto è inadeguato». Il problema sta nel fatto che la Persona è masochista (e autolesionista) se trasforma la logica del desiderio in logica del godimento.
“Desiderio smodato”, quello del godimento alterato dal Male, che la società consumistica, ovviamente, sa che è molto bene annidato nel cuore umano. Nella società dei consumi l’oggetto rivela prima o poi la propria identità-sostituibilità, cioè il suo non essere capace di appagare alcun desiderio reale-definitivo; perciò la Persona tende a scartarlo e a sostituirlo in breve tempo, illudendosi, in un circolo vizioso, di trovare ciò che non troverà mai. Il continuo fluire di oggetti da consumare, i messaggi pubblicitari suadenti esistono perché la Persona non faccia esperienza del proprio “vuoto”. Esperienza tragica il vuoto, se non siamo capaci di farci pace e di con-viverci (viverci con)!
Grandi uomini sono quelli che non indietreggiano di fronte alla vanità del desiderio ma gli tengono testa.
«Vivi!», lo dice pure la Parola di Dio, «accetta di essere il “buco” che sei, con i tuoi limiti, ma vivi e sii Persona».
Il serpente non inganna Eva soltanto con una menzogna ma fa leva sull’orgoglio di lei: «Tu sei un non-tutto, dunque sei niente; se mangi questa mela diventerai Dio, cioè tutto». Ella non è capace di tenergli testa: «Mi stai imbrogliando! Io faccio esperienza del Tutto ogni giorno; che bisogno ho, io, di essere il Tutto?», perciò cade nella trappola.
L’esperienza di Maria è tutt’altra cosa: è consapevolezza (coscienza) di non essere all’altezza; ella ha fatto pace col suo essere un non-tutto, è capace (e umile) tanto da mettersi nelle mani del Tutto, di con-fidare (avere fede) in Dio.
Nell’opera postuma “Ontologia della libertà”, il filosofo Pareyson scriveva: «è nel Dio prima di Dio che risiedono il nulla e il male come possibilità superate e vinte. L’esistenza di Dio e la sua scelta del bene sono l’atto originario di una storia eterna (…) La negatività e il male sono presenti in Dio come possibilità prevedute ma scartate (…). è l’Uomo che risveglia sulla scena cosmica il male che era sopito in Dio (e se ne appropria con un atto di orgoglio)».

Oreste Mendolìa Gallino

FELICITÀ E DENARO

La crisi: declino di valori o punto di svolta? Il 22 Febbraio è il turno del Prof. Silvano Petrosino, docente di Filosofia Ermeneutica alla Cattolica di Milano; tema dell’incontro, “Felicità e denaro”.
«Quante volte abbiamo detto o sentito, facendo il verso a certi stereotipi: “Il denaro non fa la felicità, però è meglio averlo”? è una cosa ovvia e di buonsenso, sulla quale siamo tutti d’accordo, ma non merita attenzione più di tanto. Perché? Perché è un’indagine del problema che porta da nessuna parte; infatti, non risponde alla domanda: “Come mai l’Uomo cerca sempre il denaro pur sapendo che lì non c’è la felicità?”». Questa, in sintesi, la premessa di Petrosino che, tuttavia, incalza costruendo il suo intervento sulla distinzione tra Bisogno e Desiderio.
«L’uomo, poiché essere vivente, come gli animali, è costituito da bisogni ed è proteso alla continua ricerca del piacere, del godimento, del compimento. La vita è la forza che ci spinge a cercare un soddisfacimento nel piacere. Su questo punto, tutte le posizioni materialistiche hanno ragione».
Tuttavia, l’Uomo non è solo ricerca di godimento, perché è abitato da un desiderio che non coincide col godimento, che non si risolve con la ricerca del godimento; egli è abitato da qualcosa (cui egli ha tentato, nel tempo, di dare nomi come “felicità”, “pienezza” ecc.) che va al di là del desiderio e del suo (improbabile) compimento nel godimento, perché non s’identifica a livello dell’oggetto. Infatti, dice Petrosino, «ciò che caratterizza il desiderio è che esso non è in relazione a un oggetto, perché l’Uomo non è solo un insieme di bisogni».
Qui sta il punto di svolta della riflessione. Il Professore cita il filosofo materialista sovietico, di cultura stalinista, Kojève (1900-1968): “è certamente corretto dire che l’Uomo è presente nella Natura. Occorre, tuttavia, aggiungere subito che egli è la presenza di un’assenza. L’animale realizza il suo desiderio della realtà materiale assimilandola: ha fame?, mangia per soddisfare quel desiderio, ed è quello che mangia. E se è vero che pure l’Uomo è quello che mangia, egli, però, resta desiderio in quanto tale. Nell’animale il desiderio si annienta; il desiderio umano, invece, resta quello che è persino nella sua soddisfazione”.
Indipendentemente dalla fede, sta qui la descrizione fenomenologica di che cosa è l’Uomo.
Il riferimento di Petrosino al mondo della fiaba è azzeccato: «Quando Tizio deve enumerare tre desideri alla fatina di turno, chiede questo, quello e quell’altro… salvo poi chiederle se può esporre un altro desiderio, poi un altro, un altro ancora e così via. Sarebbe meglio dirle: “Vai a quel paese!”, perché ella chiede di numerare l’innumerabile».
L’uomo, dunque, è abitato da «un desiderio senza nome che lo pone in una condizione di continua apertura, di continua attesa, di continua ricerca di qualcosa rispetto al quale il godimento che gli deriva dal possesso di un oggetto risulta sempre inadeguato». Il filosofo francese Lévinas (1905-1995) affrontò l’inconsistenza di questo godimento dicendo che “Il desiderio è l’infelicità dell’uomo felice”, con ciò ammettendo, come sottolinea Petrosino, che «quando noi raggiungiamo l’oggetto del nostro godimento, in quel preciso momento – anziché avere pienezza – proviamo un sentimento di nostalgia, di malinconia». Sono le parole che Goethe mette in bocca a Werther (1774) dopo che il giovane ha conquistato Carlotta: “Sono felice, eppure sono triste”.
Questo accade perché l’Uomo non può mentire sul suo desiderio, perché tale desiderio non è un oggetto ma è felicità, è pienezza, è Dio. È a questo livello che l’umano emerge nella sua assoluta grandezza. A che cosa risponde, per esempio, l’anelito che abita ogni forma di Arte? Risponde a una condizione di costante “inquietudine”: termine che non vuol dire “nervoso” ma quell’infelicità del felice in cui il desiderio resta tale anche nella soddisfazione; l’Uomo è questo: un essere in-quieto, aperto, in-attesa-di, in uno stato di continua urgenza.
È così che l’unica risposta da dare alla fatina non sta nel soddisfacimento dei tre desideri ma nella richiesta della sapienza, quella che chiede Salomone: che non è un oggetto ma «un modo di vivere e per vivere da uomini il desiderio che c’inquieta». “Da uomini” vuol dire riconoscere un’inquietudine, una frattura; che c’è sempre qualcosa al di là e, al tempo stesso, evitare quello che noi – invece – non evitiamo, cioè la menzogna sul desiderio. Infatti, che cosa fa l’Uomo continuamente? «Cerca di tradurre la logica inquietante del desiderio nella logica quieta del godimento; egli cerca continuamente di autoconvincersi che ciò di cui ha bisogno è un nuovo “questo” o un nuovo “quello”… e che se questo godimento diventasse di più, di più e di più, il possesso garantirebbe pace. Non è così!».
Lo psicanalista Lacan (1901-1981) diceva che “l’essenza dell’oggetto è il fallimento”, «non in quanto oggetto, tiene a precisare Petrosino; ma quando l’oggetto diventa la risposta al desiderio, quello è il momento in cui nasce l’idolo. E l’idolo, oggi, non è solo il denaro ma il potere (vero punto d’appoggio), lo stesso potere che Satana offre a Gesù nell’ultima tentazione del deserto (Mt 4,1-11)».
Paperon de’ Paperoni, conclude il Professore, «non è per nulla un avaro, perché gode della possibilità di possedere. Egli ha capito che il problema non è spendere il denaro ma averlo, per poter vivere continuamente nell’illusione di ciò che potrebbe possedere ma che è meglio non possedere, perché se lo possedesse si rivelerebbe il fallimento.
Il denaro, in sé, non è male ma lo diventa quando è idolatrato come risposta al desiderio».
Personalmente credo necessario citare ancora Sant’Agostino nel giro di pochi giorni: «Quia fecisti nos ad te, Domine, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te» (Tu ci hai fatto per te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te).
Non è forse questa pace il “vero (e unico) punto d’appoggio” che permette all’Uomo di non rimanere “sospeso” nella sua inquietudine esistenziale?

Oreste Mendolìa Gallino