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venerdì 3 novembre 2017

L'AUTORITÀ PERDUTA

è lo psichiatra più famoso d’Italia ma ha fama internazionale. Nulla di strano, perciò, se a mezzanotte del 1 febbraio gli spettatori sono ancora inchiodati alle poltrone del Teatro delle Muse in Ancona. Paolo Crepet ha appena terminato la prima (a ingresso libero) delle conferenze anconetane sui rapporti genitori-figli [le prossime saranno il 22/2 (Ascoltare i figli) – 8 e 28/3 (Conflitti famigliari – Adolescenza e sessualità), ore 21 c/o il Ridotto del Teatro; prenotare al tel./fax 0712901110, € 60,00 per tutte e tre]. La rassegna è a cura della rivista “salute & famiglia - senzaetà”, con sede in Ancona, diretta da Luca Guazzati e di cui Crepet è direttore del Comitato scientifico.
Affabulatore eccellente, Crepet domina la scena con rara capacità istrionica; il suo linguaggio facile è avvolgente e fascinoso.
L’autorità perduta, suo ultimo recente libro (Einaudi, € 16,50 ben spesi), è un invito ai genitori a ritrovare “il coraggio che i figli ci chiedono”. Quale coraggio? Crepet si occupa di famiglia, perciò è il coraggio di fare il mestiere del genitore: «audacia perduta in nome del quieto vivere, così da ridursi a tirar su figli smidollati. Non certo come quello della nave Concordia, i figli – incredibile ma vero! – vogliono «capitani coraggiosi, perché nell’educazione ci vuole chi comanda, chi tiene la barra del timone. Purtroppo, la nostra è l’epoca in cui a 8 anni un bambino vive l’illusione di comandare e di avere tutto e tutti a disposizione. I comandanti devono avere il controllo della situazione; un educatore ha bisogno di redini: cioè le regole da fare rispettare, sempre, senza deroghe; di speroni: cioè il mordente da trasmettere, l’invito a sfidare ogni ostacolo. Un educatore deve stimolare alla vita, altrimenti il suo ruolo è vano e va incontro al fallimento.
Tuttavia pietra miliare dell’educazione è avere stima di chi si educa e, soprattutto, credere nel suo potenziale. Montessori diceva che ogni bambino ha delle potenzialità e che tra i giovani non ci sono “scarti”. Perciò, le risorse sono una scommessa per il futuro, non per il presente; ecco perché bisogna dire ai giovani: “Avete il futuro nelle vostre mani ma credeteci!”. Soltanto chi è ottimista crede nel futuro e ci scommette».
Tra le tante opinioni di Crepet vi è quella che «i genitori sono diventati Inps per i figli, non sanno stimolarli né fare in modo che essi credano in sé. I giovani – sembra banale ma è così – sono ciò che noi abbiamo fatto di loro».
«La crisi economica – continua Crepet – è ancora più gravosa per chi deve fare in modo che le ristrettezze economiche non gravino eccessivamente sui figli e la loro vita. In linea di massima, questa crisi può diventare un’opportunità per un Paese che deve ancora imparare che la qualità e l’ingegno ci salveranno, mentre la furbizia e il cinismo ci faranno sprofondare in una crisi epocale. Penso che la crisi sia anche un’opportunità per educare meglio i figli, spiegando loro che non tutto può essere scontato e che le cose vanno meritate e non pretese. Credo che se i genitori italiani imparassero a togliere qualcosa ai loro figli, invece che dare e basta, questa nostra comunità avrebbe un destino migliore».
Mentre ascolto Crepet, e dopo aver letto questo suo libro, sono preso da un dubbio. In quarta di copertina leggo che esso ha un taglio più “arrabbiato”: Crepet stesso l’ha ammesso in radio (Zapping, a cura di Forbice). è un libro fortemente “politico” (da pólis, nel senso di “pubblico”, non di partitocrazia…).
Ho tanta paura che, nonostante la sua forza trascinatrice, egli stesso è così “arrabbiato” perché forse, in fondo, è consapevole che a livello educativo la situazione attuale è molto grave, quasi come se ci fosse l’intima consapevolezza che, ormai, i buoi sono ormai scappati dalla stalla.
Glielo chiederò la prossima volta che lo sentirò. Per ora giro a voi la domanda: è una riflessione che i genitori devono fare…
Mondo di tanti forbiti azzeccagarbugli, nel suo “mestiere” Crepet è un maestro. Impossibile non riconoscergli il coraggio di dire cose talmente semplici e banali che lo fanno quasi sembrare retorico, scontato, banale. Crepet è un laico che propone un progetto pedagogico i cui valori sono eterni, perciò che parla pure il linguaggio della fede. E lo fa col coraggio di “chi non ha peli sulla lingua”, perché non deve genuflettersi davanti ad alcuno…

Oreste Mendolìa Gallino

SULLE TRACCE DEL SENSO. PERCORSI LOGOTERAPEUTICI

«L’uomo è responsabile
 di quello che fa, 
di quello che ama
 e di quello che soffre»
.
L’aforisma, che non è solo tale perché è il senso della sua “analisi esistenziale”, è di Viktor Frankl, neurologo, psichiatra e filosofo austriaco scomparso vent’anni fa.
Nato da famiglia ebrea, Frankl ha patito il nazismo in Auschwitz e Dachau; non sorprende che sia diventato il padre della “logoterapia”: il metodo psicoterapeutico che tende a riscoprire il senso, il significato (logos, parola) dell’esistenza dell’essere umano e a evidenziarne il nucleo profondamente umano e spirituale.
Quasi una eco di Nietzsche (1844-1900), secondo cui se l’Uomo ha il perché di se stesso (per vivere) può farsi carico di ogni domanda sul come.
Già: un perché per vivere! Ragione e senso che spolverano l’opacità rugginosa dell’inutilità per ridare brillantezza alla dignità dell’essere umano.
Secondo lo psicologo salesiano e massimo interprete vivente della scuola frankliana, don Eugenio Fizzotti, il metodo di Frankl «non sospinge in un cantuccio a leccarsi le ferite provocate da un ambiente ostile, da una struttura caratteriale difficile, da un’educazione autoritaria e permissiva, ma chiede di guardare a fronte alta davanti a sé, di respirare profondamente e a pieni polmoni l’aria della libertà e della responsabilità, di spalancare a chiunque le braccia e il cuore e di lanciarsi con entusiasmo in quell’avventura che ha come obiettivo il riconoscimento e la promozione del rispetto, della dignità e della salute integrale di ogni uomo». Sulle tracce del senso. Percorsi logoterapeutici, LAS, Roma 1998.
È a questo terreno fertile e ricco di stimoli di tradizione terapeutica che s’ispira la formazione di Marco Ceppi, noto psicologo jesino che, col suo recente libro Scintille di senso. Per una logoterapia del quotidiano (Morlacchi Editore, Perugia. € 10,00), ci offre efficaci spunti di riflessione.
Ceppi si occupa di problematiche adolescenziali legate ai fenomeni delle dipendenze, del cyberbullismo, dei sex offender e delle vittime di abuso sessuale.
Scintille di senso nasce dalla sua esperienza professionale: percorso da un sottile latente filo autobiografico, il libro è dedicato ai giovani, perché di giovani parla; racconta di giovani e del loro disagio esistenziale contraddistinto innanzitutto dall’incertezza, da un senso di smarrimento e dall’impossibilità di tracciare i contorni di se stessi in una società che, per loro, è al tempo stesso frustrante ed “emarginante” e seduttrice al consumo compulsivo dell’effimero.
Non è un caso se Ceppi cita il sociologo polacco Bauman, secondo cui viviamo una società liquida che ha abbattuto sicurezze, valori e creato falsi miti di cui i giovani sono le prime vittime…
Nootemporalità, de-territorializzazione e disinformatizzazione sono alcune delle ferite di questa liquidità sociale: se non si riesce più a pensare alla vita come a un progetto dotato di unitarietà e coerenza (pag. 147), si fa urgente il bisogno di aiutare i giovani a “sognare” per realizzare i loro progetti [pertinente è la citazione di Roberto Mancini che già da piccolo “sognava” di «farsi strada nel calcio» (pag. 31)].
Inoltre, la migrazione dai luoghi delle proprie origini culturali, spesso costretta da esigenze di sopravvivenza, ha ingenerato il disagio di non sentirsi più parte di una comunità e ha lacerato il senso di appartenenza alle proprie tradizioni.
Infine, secondo Ceppi, cartina di tornasole del diffuso disagio sociale è il rovesciamento della relazione formativa: una sorta di “mondo alla rovescia” in cui non sono più i vecchi a insegnare ai giovani ma il contrario, soprattutto per effetto delle tecnologie diffuse. Non c’è da sorprendersi, perciò, se la società liquida, che ha trasformato tutto in merce, compreso l’essere umano, è riuscita a mettere al bando la saggezza dei vecchi cui i giovani non possono più ispirarsi.
Proprio per questo motivo, Ceppi non esita a ricordare che l’umanità si salva se non perde la memoria di sé e dei propri limiti, perché uscire «rafforzati e indenni dalla crisi di senso che sta colpendo la nostra società» significa aiutare i giovani «a orientarsi nella ricerca del senso del proprio esistere…» (pag. 152).
La struttura del libro di Ceppi è piuttosto complessa ma è ben articolata: un catino che raccoglie anche molte storie di vita, in cui (e attraverso le quali) «l’autore c’invita a guardare alle scintille di senso che, come stelle nel cielo, possono illuminare il nostro cammino, dandovi un orientamento, un senso… capaci di dare direzione (…) non attraverso degli insegnamenti bensì mediante vere e proprie testimonianze di vita…» (Bellantoni, Prefazione); talvolta servendosi di metafore come la montagna, cui Ceppi è appassionato, la cui scalata è allegoria dell’impegno quotidiano al vivere una vita di qualità.
Opportuna è, dunque, la citazione di Frankl che l’Autore propone in apertura di questa sua prima esperienza editoriale: «Scrivere un libro è una gran cosa. Saper vivere è molto di più e ancor di più scrivere un libro che insegni a vivere. Ma il massimo è condurre una vita sulla quale si possa scrivere un libro».
Voglio terminare condividendo con il Lettore l’entusiasmo che ho provato leggendo il libro di Ceppi nel constatare la prolifica capacità di trarre spunti da ogni cosa quotidiana per portare avanti la sua indagine. Lo faccio ricorrendo a una citazione: «Quello che maggiormente conforta è che la psicoanalisi sembra sempre più disposta a riconoscere che il suo oggetto di ricerca è comune con quello di altre discipline scientifiche e che non può sottrarsi da confronti che mettano a prova anche l’accountability del suo metodo e della sua efficacia terapeutica. Come potrebbe commentare qualcuno, meglio tardi che mai». Alessandro Pagnini, Inchiesta sulla psiche. Il Sole 24 Ore. Domenica. 11 dicembre 2016, pag. 30.
Oreste Mendolìa Gallino

giovedì 31 marzo 2016

DIARIO DI UN DIALIZZATO

Ogni volta che entro in quel Reparto è come se avvertissi un pugno allo stomaco.
Sono Volontario TS di Croce Rossa; ci vado a “prelevare” i dializzati che fanno il “trattamento”: una seduta di emodialisi dura circa tre ore, a giorni alterni, appunto…
La divisa che porto non mi permette emozioni ma credo che pagherei volentieri per la lezione di Vita che mi offre quest’esperienza ogni volta che la indosso.
Perciò, faccio il mio lavoro: non devo commentare e devo parlare il meno possibile.
Le parole che ho dentro, tuttavia, sono la “versione” intima di quelle emozioni che non posso lasciare uscire da me.
È una forma di rispetto per chi soffre.
Già! Il silenzio che dobbiamo avere davanti al mistero della sofferenza.
Silenzio quasi orante, rispettoso di un enigma che ha risposte soltanto in Dio.
Parlo del mio servizio (diaconia, come lo chiamo io) che, di tanto in tanto, secondo i miei turni, svolgo presso l’Unità Operativa Nefrologiae Dialisi del Nuovo Presidio Ospedaliero “Carlo Urbani” in Jesi.
Certo sono preparato a tamponare una fistola che d’un tratto impazzisce e perde sangue.
Non credo, però, che mi sentirò mai preparato a separare emozioni da protocolli…
Non credo che lo siano anche molti tra coloro che fanno certi mestieri…
Forse non sarò mai un buon “soccorritore”, ma credo che quest’esperienza sia la scuola presso la quale dovrò sostenere esami tutti i giorni: prove che la Vita mi fa sostenere perché io impari a capire, almeno con gli strumenti umani che ho a disposizione, la sofferenza, e per fare esercizio di umiltà.
L’altro giorno sono entrato in quell’Unità; solito turno di routine: alcuni dializzati che, terminata la terapia, devono rientrare a casa.
Nell’attesa, il mio fiuto per i libri mi fa intercettare una pila di libretti con la stessa copertina.
Ne prendo uno e mi accorgo subito che è il Diario di un dializzato.
Lui è Giorgio Candelaresi che ha scritto e pubblicato “Un giorno sì, un giorno no” (Ventura edizioni, Senigallia. € 12,00).
È la testimonianza della sua esperienza, dedicata a Papa Francesco e al Vescovo Gerardo. L’ispirazione è presa dal libro del Servita e biblista Maggi, autore di “Chi non muore si rivede”: altro “diario”, quello, di una lunga sofferenza di malattia.
Candelaresi è uomo di cultura: docente e politico chiaravallese, vanta amicizie con Vito Mancuso e Don Ciotti. Scrive in modo fluente, non è retorico e parla della sua esperienza senza lesinare concretezza mentre afferma che «la relazione tra le persone, caratterizzata da empatia, è la base della nostra vita ed è necessaria la relazione con l’altro».
È un assioma esistenziale comune, spesso ignorato nella prassi, ma è chiaro che Candelaresi parla del clima quasi famigliare che s’instaura tra il Personale operativo e i Pazienti presso un’Unità del genere.
In realtà, credo che quest’agile libretto, oltre che essere una valida operazione di bonifica della tensione emotiva che la dialisi procura e incide indelebile nell’animo del malato, sia un utile strumento di riflessione che l’Autore mette a disposizione e del quale io gli sono grato.
Sempre che abbiamo voglia di fermarci a riflettere, imprimere nel nostro cuore un pizzico di umiltà e seminarvi un briciolo di saggezza.
Quella che ci dovrebbe stimolare a saper separare l’utile dall’inutile.
Ci circondiamo troppo del frastuono di tante cose superflue: forse perché tentiamo di nascondere la nostra sistematica fragilità, la nostra endemica provvisorietà.
Credo che dobbiamo essere grati a Candelaresi per averci offerto questa testimonianza del suo impatto con il dolore e sulla precarietà della condizione umana.
Proprio per questo motivo dico che pagherei per imparare la lezione di Vita che mi offre questo servizio di Volontariato…

Oreste Mendolìa Gallino


mercoledì 9 marzo 2016

LA DEMOCRAZIA TRA CRISI E TRASFORMAZIONE

La Rassegna degli Incontri Culturali 2015/2016, organizzata dalla Diocesi di Jesi, Biblioteca Petrucciana, e dal Comune di Jesi, Assessorato alla Cultura, Biblioteca Planettiana è terminata il 19 febbraio scorso. Ospite presso la Planettiana è stato il Prof. Stefano Petrucciani, docente di Filosofia Politica presso La Sapienza di Roma, che ha presentato una riflessione su Democrazia tra crisi e trasformazione.
Ovvio pensare che la crisi della Democrazia sia in stretta relazione «già da qualche anno, non solo in Italia, col fenomeno preoccupante della perdita di fiducia dei cittadini nei confronti delle Istituzioni rappresentative». Un fenomeno talmente dilagante che, secondo Petrucciani, non poteva sfuggire alla riflessione degli esperti, vista la «grande fioritura di studi e di libri che, già dai titoli, danno la percezione di un interrogarsi su una situazione che è percepita come difficile e di crisi».
Quali sono i motivi delle numerose difficoltà di una Democrazie senza Democrazia, per citare uno di quei libri, quello di Massimo Salvadori?
Il Relatore ne ha proposti alcuni, che qui sintetizzo per la riflessione del Lettore.
Il primo, la “verticalizzazione della Politica”. Viviamo il tempo della Politica del leader; da qui alla crisi della Democrazia il passo è breve: un leader è uomo forte e rappresentativo di un’idea politica, che supplisce alla «riduzione della partecipazione dei cittadini alla vita politica dei partiti» e, al tempo stesso, è specchio dell’«indebolimento del ruolo degli organismi parlamentari; sempre più spesso, infatti, i Parlamenti sono costretti a votare grandi pacchetti legislativi preconfezionati» sui quali non esistono confronto e dibattito e che, perciò, s’impongono senza un dialogo tra le parti. È il cosiddetto ricorso, vizio ormai inveterato, al “voto di fiducia” che è cartina di tornasole della spoliazione del dibattito parlamentare e, non meno, strategia della riforma che mira ad aumentare i poteri del Presidente del Consiglio (il cosiddetto “premierato forte”, tanto per intenderci).
Figure di questo tipo impongono un’attenta riflessione sul rapporto tra Politica e potere comunicativo, potere mediatico. È «un problema molto serio – secondo Petrucciani –, perché l’intreccio ormai si è fatto fortissimo e questo porta alla mediatizzazione della politica e riduce il cittadino a semplice spettatore». Petrucciani denuncia «la trasformazione della Politica che deve necessariamente seguire il modello del marketing, che s’ispira allo slogan accattivante (cfr. Podemos in Grecia, Yes, we can! di Obama, Perchéno? di J.F. Kennedy ecc.) e al personaggio seducente che riesce a proporlo al pubblico. Il rischio è che non si possa più proporre un ragionamento complesso, poiché la comunicazione con questi strumenti dev’essere estremamente rapida e basata sull’immagine, quindi porta a svuotare la possibilità di ragionare con maggiore attenzione sulle questioni e di conoscerle in modo più approfondito».
«Messaggi troppo complicati e riflessivi – prosegue Petrucciani –, rischiano di smarrire la strada per prevalere in questo tipo di mercato politico. Il potere dei media è capace di creare e distruggere personaggi, ed è un dominio fortemente concentrato. I grandi conglomerati che controllano i media nel mondo sono pochi e hanno la possibilità di influenzare il pubblico e portarlo al sostegno di questo o di quel leader».
Tutti sanno che RupertMurdock, fondatore e proprietario di un vasto conglomerato economico specializzato nel settore dei mezzi di comunicazione di massa, ha sostenuto Margaret Thatcher e Tony Blair (campagne elettorali Anni 90) e quella recente di David Cameron.
E dopo il Ventennio berlusconiano chi può mettere ancora in dubbio l’intreccio tra potere economico, politico e mediatico che ha prodotto incontrollati interessi perversi e incestuosi?
Certo è che in questo clima di esautoramento della funzione democratica in mano ai Cittadini, essi non possono fare altro che sentirsi sempre meno rappresentati e, di conseguenza, sviluppare un certo risentimento. Questo “rancore” è aggravato dalla «traslazione della decisione politica dal livello nazionale a quello sovrannazionale, in un’atmosfera che è molto più impermeabile rispetto al dibattito politico» indigeno di ciascuno Stato.
La crisi economica, per esempio, ha mostrato il notevole rimaneggiamento dell’esercizio democratico proprio di una nazione, perché, sempre più spesso, le politiche – in particolare quelle economiche – sono stabilite, quasi imposte, dall’Unione e dalla Banca europee. Sintomatico di questa situazione dagli accenti kafkiani è che lo stesso Jürgen Habermas (storico e sociologo tedesco della “Scuola diFrancoforte”), fortemente europeista, ha detto che “non era mai successo che Governi eletti dal popolo fossero sostituiti senza esitazioni da  persone direttamente portavoce dei mercati” (Monti, in Italia e Papadīmos, in Grecia, tanto per citarne un paio…).
Secondo il Professor Petrucciani, un terzo motivo di riflessione sulla crisi della Democrazia è rappresentato dallo sfaldamento della contrapposizione politica tra Destra e Sinistra, uno scenario d’interessi contrapposti – nella prima, quelli della borghesia; nella seconda, quelli del proletariato ­– nato durante la Rivoluzione Francese. È parere del Relatore «che, negli ultimi anni, si sia rotta la simmetria tra dialettica politica e dialettica sociale, nel senso che una serie di strati sociali più o meno svantaggiati non ha più trovato una rappresentanza nell’ala sinistra dello schieramento politico e probabilmente se la è andata a cercare altrove, a Destra». In breve: la Sinistra non è più stata capace di rappresentare, tanto meno di tutelare, avendo tra le proprie fila un interlocutore carismatico, «gli strati sociali perdenti della globalizzazione (il lavoro industriale, l’operaio industriale in Italia, oppure i ceti popolari delle periferie urbane alle prese con un tessuto che si degrada in seguito ai flussi migratori)».
Figlie di questa perdita d’identità sono le cosiddette forze “populiste” (Movimento 5 Stelle, Lega Nord), «che hanno assunto la rappresentanza del disagio e del risentimento dei perdenti della globalizzazione e che sfruttano il risentimento degli strati sociali colpiti da queste trasformazioni», per assumerlo come strategia della propria politica alternativa.
Se, dunque, da questo scenario emerge la fotografia di una Democrazia “malata”, quali sono i rimedi per guarirla?
Senza dubbio non si può fare a meno della ricetta di NorbertoBobbio, il grande pensatore, filosofo, giurista, storico, politologo e senatore torinese (1909-2004) che sosteneva che nel “gioco” democratico non possono mancare determinate regole: libere elezioni, pluralità di partiti, libertà di discussione, confronto aperto nell’opinione pubblica, politica parlamentare). Mica uno qualunque, Bobbio, che negli Anni 20 condivise il Liceo classico Massimo d’Azeglio di Torino con Leone Ginzburg, Vittorio Foa e Cesare Pavese!
Altro “farmaco” per rinvigorire la Democrazia sta nella “sostanza” concreta e reale dei diritti dei Cittadini, diritti sostanziali che rendono qualunque Cittadino un individuo libero, non dipendente da altri, non a rischio di emarginazione e di povertà; diritti che la Costituzione recita senza fraintendimenti. Ché se Democrazia significa “potere di tutti” (del popolo, della gente), tutti, allora, hanno diritto a voto, libertà politiche e pluralismo, a cittadinanza sociale e inclusione sociale. Tutti hanno diritto istruzione, cultura e salute, assistenza sociale, lavoro e assistenza pensionistica. Nessuno può fare a meno di queste fondamenta inalienabili nella vita di ogni essere umano; «la democrazia, infatti, – secondo Petrucciani – porta in sé una tensione tra ciò che essa è realmente capace di fare e dare e la sua capacità di rafforzare il potere dei Cittadini».
E se «la Democrazia è dinamica, processo inarrestabile, che non si compiace dei risultati conseguiti», la ricetta per tenerla in vita sta nella sua capacità «di guadagnare nuovi fronti, di superare tutti gli ostacoli che si frappongono al libero sviluppo della Persona umana e del Cittadino».
Certo è che il senso del “bene comune” rispetto a quello privato, la solidarietà civica e l’interesse per la “cosa” pubblica, è un argomento – seppure complesso e articolato – essenziale per il destino della Democrazia.
«Purtroppo – conclude il Professor Petrucciani – la storia italiana è una parabola di frammentazione politica che altri Paesi non hanno avuto. L’Italia ha costruito un’identità collettiva molto tardivamente: un cammino che essa ha fatto tra molte difficoltà. Il nostro è un Paese che ha urgente bisogno di ritrovare il senso di comunione e di comunità civiche sforzandosi di superare spiriti settari e particolaristici, lontani dal concetto di Nazione, che nella sua storia sono stati sempre molto forti».
Concludo questo intervento ricordando quello che, nel 1999, scriveva la Professoressa Sandra Ponzanesi, Capo Dipartimento di Discipline storiche dello UniversityCollege di Utrecht: «Per comprendere il processo di multiculturalizzazione in atto, è necessario in primo luogo ripensare la nozione di identità italiana: un concetto che appare piuttosto controverso negli anni Novanta. L’Italia, che si proietta al mondo esterno come il Paese del made in Italy e della corruzione politica, non coincide con un’area culturalmente coesa. Il recente movimento della Lega Lombarda, che propone uno stato federale in cui il Nord possa essere separato dal resto del Paese, è solo la recente espressione di una lunga storia di differenziazioni linguistiche, politiche ed economiche».

Oreste Mendolìa Gallino

lunedì 29 febbraio 2016

DEMOCRAZIA SFIGURATA MA NECESSARIA

La Rassegna Incontri culturali 2015/2016, voluta dalla Biblioteca Diocesana “Pier Matteo Petrucci” e organizzata insieme al Comune di Jesi e a Jesi Cultura, è terminata il 19 febbraio scorso; presso la Biblioteca Planettiana-Sala Maggiore è stato ospite il Prof. Stefano Petrucciani che ha trattato il tema “La democrazia tra crisi e trasformazione”.
Propongo qui un breve riassunto della conferenza precedente, quella del 20 gennaio scorso, dal titolo “Individuo democratico e la sfida individualista tra interesse e solidarietà”. È stata tenuta, presso la Biblioteca Diocesana, dall’eminente Prof.ssa Nadia Urbinati, docente di Teoria Politica presso la Columbia University (USA), stimata editorialista e politologa con un passato d’impegno politico al servizio della comunità civile.
L’iniziale citazione dell’opinione di Churchill riguardo alla democrazia ha illuminato tutta la relazione della Professoressa e ha rappresentato il costante riferimento per le sue numerosissime riflessioni. Il nucleo del pensiero del grande statista inglese è che «la democrazia è un cattivo governo ma, tra tutti i cattivi governi, è certo il migliore. Quindi, la democrazia è “un meno peggio”».
Che cosa, pertanto, rende accettabile la democrazia? Semplicemente che essa è un riconoscimento dell’imperfezione umana, perché ammette che ogni decisione può essere cambiata e che ciò avviene grazie alla cosiddetta “regola della maggioranza”. Fatto non trascurabile, a quanto pare, perché la possibilità di una seconda scelta che si concede al cittadino si fonda sul principio che egli è Persona con un’entità finita, dunque imperfetta; e che, perciò, a lui spetta sempre la facoltà (e il diritto) di dissentire dai politici che ha legittimato a rappresentarlo, per le decisioni che prendono in favore della collettività, mediante il proprio voto.
«Il voto, tuttavia – come dice la Professoressa Urbinati –, non è “sì” e “no”, perché è un’elaborazione, pure in continuo mutamento, e dentro di sé esso è molto più di un semplice voto. Infatti, quando ci rechiamo a votare per questo o per quell’altro, nella nostra mente noi facciamo una ricapitolazione, perché siamo esseri giudicanti. Un grande filosofo e pedagogista americano del XX secolo, John Dewey, diceva che quando votiamo ci portiamo in tasca tutte le nostre passioni, i nostri interessi, le nostre visioni e volontà, i nostri pregiudizi. Perciò, quando prendiamo la scheda e segniamo la scelta con una croce, dentro quella scheda e in quella croce ci sono tutto il nostro pensiero, tutto il nostro interesse esistenziale, economico e sociale, tutte le nostre ideologie e idee».
Perché vogliamo a tutti i costi un sistema democratico? Semplicemente perché non possiamo pensare di non essere persone autonome e libere; perché il nostro sviscerato amore per la libertà ci porta a volerne essere legati, anche a esserne insoddisfatti quando non funziona come dovrebbe, là dove ritenessimo che nostra libertà ne uscisse decurtata.
Tutto si fonda, appunto, sull’idea – molto concreta, tangibile e pragmatica – della libertà. «Dalla libertà – incalza la Relatrice – non abbiamo vie di fuga, perché ne abbiamo continuamente bisogno per scegliere. I grandi teorici del Diritto, da Montesquieu a Kant, a Hegel, hanno affermato che è proprio grazie a quest’immensa libertà che noi possiamo essere puniti; la società che punisce i responsabili dei crimini punisce i liberi», quelli che nella libertà si assumono il peso delle loro scelte. «La punizione, infatti, implica un sistema di potere costruito in modo tale che essa sia impartita in maniera non arbitraria, proprio perché gli esseri umani sono uguali nel valore e nella dignità».
Individualismo, interesse e solidarietà sembrano elementi tra loro in contraddizione e rispetto all’idea di libertà, ma sembrano tali solo in apparenza.
In effetti, «esistono almeno due forme d’individualismo. Uno è quello basato soprattutto sulla razionalità strumentale, sulla razionalità economica; un individualismo egoistico, tendenzialmente anarchico, comunque quello più tipico della teoria e della prassi liberiste. L’altro è quello che si basa sul riconoscimento della dignità dell’individuo. A questo tipo corrisponde una lettura della democrazia che non è soltanto sistema per selezionare i politici che poi amministreranno la cosa pubblica, ma qualcosa che riguarda i rapporti tra le persone all’interno della comunità» (SamueleAnimali, Prolusione).
La Professoressa Urbinati, da parte sua, ritiene che «l’individualismo non è necessariamente qualcosa di anti-sociale; certo, c’è anche un’idea d’individualismo contro la società, quello dei liberisti e dei neo-liberali, ma non c’è solo quello. Nella comunità democratica ogni Cittadino ha bisogno di essere un individuo singolo, con la sua specificità. È proprio di un sistema democratico-costituzionale rispettare e avere cura della dignità profonda della persona e della sua onorabilità».
Si tratta altresì di un individualismo che ognuno deve saper proteggere: «Guai a pensare che altri se ne debbano occupare! I giovani, in particolare, non devono commettere l’errore di pensare che il sistema vada avanti da sé (autopoiesis); che esso abbia la sua logica interna e che, perciò, è inutile che essi vi partecipino attivamente. Un sistema democratico non è una macchina che – una volta accesa – va da sola. Non è così. I sistemi democratici non si gestiscono da soli, perché appena noi ci tiriamo un po’ indietro, il bisogno di potere, che è distribuito in maniera uguale, riemerge. Perciò, guai a pensare che gli altri penseranno a noi».
Parliamo, qui, di un individualismo che, diversamente dalla sua naturale radice egoistica, è, invece, capacità di riconoscere chi siamo, attitudine ad avere un senso di sé, abilità ad avere sicurezza in noi stessi, principalmente nutrire il senso del rispetto di sé. Tutti elementi che costituiscono la condizione per l’uguale interazione con l’alterità.
L’interesse esistenziale con cui l’individuo si appresta a votare è espressione delle peculiarità proprie dell’essere umano: individuo che discute e che ama dialogare, che non accetta semplicemente di obbedire. La Persona è Cittadino che, per capire, vuole fare domande e, se il caso, che non teme di contestare; soprattutto, se necessario, di cambiare idea.
In un sistema democratico la parola “interesse” ha una valenza ambigua. «Ci sono due modi d’intenderlo – incalza la Professoressa Urbinati. Uno perché è virtù averlo (concezione repubblicana): dobbiamo avere interesse a essere migliori per il bene della comunità. L’altro, più umano, è perché “l’interesse è nel nostro interesse”, come occuparci della cosa pubblica così da controllare sempre l’esercizio del potere. Nell’esercizio dell’interesse taluni sognano la città ideale e perfetta. Altri lo fanno perché ritengono di non potersi fidare dei demagoghi: di quelli, cioè, che vogliono i voti perché ritengono che sia nel loro interesse occuparsi della cosa pubblica».
Esercitato come virtù propria del sistema democratico, l’interesse non è negativo; anzi, sarebbe meglio che il Cittadino fosse più attento al proprio interesse. E proprio qui s’inserisce il principio della solidarietà. Applicarsi in modo virtuoso all’interesse significa metterlo in relazione al bene pubblico, perciò realizzare una sorta di solidarietà civica. Il principio del “noi siamo gli altri”, cui sollecita la riflessione della Relatrice, è prendere atto che la nostra vita individuale e le nostre scelte dipendono enormemente dal rapporto che abbiamo con gli altri.
Perché, dunque, dobbiamo essere solidali? «Perché in democrazia gli individui sono uguali nelle condizioni e nelle possibilità. La solidarietà non è ideologia. Solidarietà di Cittadinanza democratica significa riconoscere che condividiamo lo stesso destino. Gli antichi dicevano che i Cittadini sono come in una barca nella quale alcuni esercitano un lavoro, altri ne fanno un altro, e tutti concorrono, nella complementarietà dei loro ruoli e delle loro funzioni, al benessere della collettività». Se la solidarietà fosse solo ideologia, ci sentiremmo cittadini isolati, perché, soli, saremmo perduti. Se, da un lato, la democrazia è condizione di libertà attiva, dall’altro lato la società democratica attiva è una condizione imprescindibile all’interno della quale ciascuno di noi può trovare il proprio posto e, così facendo, contribuire al raggiungimento del bene comune.
Certo è condivisibile l’affermazione della Professoressa Urbinati quando dice che «i politici “sono” perché siamo noi che li scegliamo». E che non siamo mai autorizzati a «pensare che in democrazia ci sia uno più potente degli altri: siamo noi che attribuiamo potere, perché la Costituzione dice che “la sovranità proviene dal popolo ed è lui che la esercita secondo…”».
Se le cose stanno veramente così, gentile Professoressa, Lei ha una spiegazione plausibile che spieghi agli Italiani, in particolare al Lettore di queste pagine, quale tipo di democrazia li obbliga a essere governati, da ben tre legislature, da Politici che essi non hanno mai votato?

Oreste Mendolìa Gallino


martedì 1 dicembre 2015

VERSO UN ETHOS DEMOCRATICO E PLURALISTICO: LA SFIDA DELLA CONTEMPORANEITÀ

Ho particolarmente apprezzato il curriculum vitæ della Prof.ssa Francesca Brezzi, che insegna Filosofia Morale presso l’Università di Roma Tre; vi ho trovato una cifra impressionante di pubblicazioni scientifiche: il risultato di una carriera straordinaria di studiosa e d’insegnante. È farle torto riferire qui soltanto, per esigenze di spazio, che è Delegata del Rettore per le Pari opportunità-Studi di genere, Presidente dell’Osservatorio studi di Genere, parità e pari opportunità (GIO), costituito con le Università La Sapienza, Tor Vergata e Roma Foro italico, unica Italiana presente al First Women Inspiring Europe Calendar 2011 ideato dall’EIGE, European Institute for Gender Equality.
Su questa Donna e Filosofa di grandi valore e prestigio [che va fiera dei suoi studi sulle insigni filosofe che ne hanno forgiato il carattere, Weil (1909-1943), Arendt (1906-1975), Stein (1891-1942), Zambrano (1904-1991)] è caduta la scelta felice di aprire la Rassegna Incontri Culturali 2015/2016 organizzata dalla Biblioteca Diocesana “Pier Matteo Petrucci”, che in Mons. Attilio Pastori ha il dominus e il mentore, dal Comune di Jesi e da Jesi Cultura, e che si è aperta venerdì 20 novembre presso la Biblioteca Planettiana. La conferenza è stata preceduta da una breve presentazione dell’Assessore alla Cultura, Dottor Butini e da un’introduzione dell’Avvocato Professor Animali che, insieme alla Prof.ssa Rita Santini, cura la Rassegna.
Soprattutto a causa degli ultimi accadimenti, che sconvolgono la coscienza d’ogni cittadino del mondo, la Relatrice si è fatta portavoce di una proposta interessante: «La situazione contemporanea esprime una sorta di fame di Etica, perché non è vero che l’Etica è finita o che non sia presente nella nostra riflessione». La sua meditazione ha preso avvio dalla denuncia che la Filosofia «che s’impone dall’alto come verità apodittica, una Filosofia dell’affermare e “sistematica”» non ha più senso, perché non risponde alle esigenze della “crisi” in atto, crisi intesa nel suo significato etimologico di “passaggio”, di “trasformazione”, resi necessari dall’attraversamento del guado che la Persona compie consapevole dell’inquietudine che porta in sé, alla ricerca di un approdo che le consenta di affrontare adeguatamente la sfida della contemporaneità.
È in atto «un’Etica inquieta e problematica, dove il termine “problematico” – secondo Brezzi – ha una valenza positiva, perché evidenzia una serie di elementi positivi legati alla ricchezza delle nuove proposte etiche. Certo, è una problematicità che si coniuga in maniera positiva perché è “ricchezza”, pluridimensionalità, in un patrimonio dove si possono individuare percorsi alternativi, nuovi e importanti, legati alle nuove domande contemporanee». Brezzi ritiene, infatti, che la contemporaneità esprima «una sorta di fame di Etica» ma che «bisogna stare attenti che questa fame non sia soddisfatta con cibo avariato». Evitare un’intossicazione significa sforzarci di «continuare a pensare e cercare di comprendere», perché nel particolare momento critico «che stiamo vivendo, il compito è comprendere le ragioni profonde dei gesti e degli accadimenti».
Comprendere e capire è un atto di responsabilità che mette in discussione le certezze del passato, prima fra tutte che la razionalità del “cogito” cartesiano (Io penso, dunque sono, esisto) non è più sufficiente per dare risposte: “Allora, io, chi sono? Se non sono l’essere razionale che Cartesio, rassicurandoci, ci aveva proposto, chi sono, io?”. La risposta a questa domanda è prendere atto che un soggetto nuovo si sta costruendo, «non un soggetto vuoto, come diceva Cartesio, ma un soggetto che si definisce “soggetto altro”». È l’essere umano scopre in sé la diversità, prima fra tutte quella di genere, non ultima quella di essere un soggetto relazionale, capace di confrontarsi con l’altro da sé. Se l’uomo cartesiano era piegato su se stesso, quello contemporaneo è rivolto al di fuori di sé, verso un universo complesso e articolato, in cui scopre che la diversità è luogo di ricchezza, luogo di confronto col mondo. È la visione positiva del soggetto reciproco, non più egocentrico.
L’analisi della Professoressa Brezzi scava a fondo su questa condizione della Persona umana come cittadino di un mondo allargato, e lo fa proponendo l’immagine del soggetto che, anagrammando se stesso, non è più monade (uno e singolo) ma nomade, individuo incamminato verso un’Etica pluralistica e condivisa. È evidente la posizione della Relatrice secondo cui un soggetto relazionato, che vive in una comunità, debba almeno tentare di disegnare un Ethos pluralistico che gli consenta di dirsi “cittadino europeo”. Alla domanda “Quale Ethos per l’Europa?”, Brezzi risponde che si tratta di una vera e propria sfida: «si tratta di continuare il viaggio, si tratta di cercare ancora, soprattutto avendo qualche certezza in un percorso che sarà senza dubbio accidentato. Una di queste certezze è che questo viaggio, che è un viaggio di esperienza, non è puramente pensato». Contrariamente al solito intercalare, la Filosofia, è radicata nella realtà, nella contingenza… E che «le certezze assolute sono pericoli da evitare; pericoli come i fondamentalismi, gli integralismi, l’indifferenza». Riguardo all’indifferenza, «Nietzsche ha una espressione molto bella: “Il deserto avanza; guai a chi fa avanzare il deserto”. Il deserto è dato dall’indifferenza».
Quanto deserto c’è intorno a noi? Se le risposte sono «timide e balbettanti – incalza Brezzi – la soluzione sta nel cercare valori unitari e di convivenza». Primo fra tutti quello la Cultura, «fattore fondamentale d’integrazione dell’Europa. Bisogna ricominciare a pensare all’Europa come a un insieme di culture che possono alimentare un processo d’integrazione, altrimenti, il rischio è soltanto quello degli scontri, della guerra».
Quello proposto è un Ethos nel cui nucleo vi sono il valore del rispetto e la valorizzazione delle differenze: «un pluralismo etico – dice Brezzi – basato su valori condivisi fondamentali (libertà, pace, tolleranza, rispetto della Persona umana, accoglienza, ospitalità…) cui le differenze portano nuova ricchezza».
Cittadinanza europea è, secondo la Relatrice, cittadinanza non indifferente. A suo parere, il “pensiero appassionato” della filosofa Hannah Arendt è lo stesso che ha animato alcune Donne e Filosofe: come la stessa Arendt, pure Weil e Stein (in religione Teresa Benedetta della Croce, dichiarata Santa da Giovanni Paolo II nel 1998 e l’anno successivo Compatrona d’Europa) permettendo loro di avvertire il dramma che l’Europa visse durante la Seconda Guerra mondiale: tragedia di lacerazione dell’identità comune fondata sulle radici del Cristianesimo.
Dare spazio alle passioni civiche nella città, quindi ri-fondare la Polis, ri-fondare la comunità è la proposta cui la Professoressa Brezzi chiede di prestare grande attenzione. E per farlo cita il filosofo francese Paul Ricoeur, colui che ritenne fondamentali i “maestri del sospetto” (Marx, Nietzsche e Freud) che definirono come falsa scienza quella di origine cartesiana. Ricoeur propose tre percorsi per realizzare un Ethos nuovo per l’Europa. Quelli delle memorie condivise e del perdono fanno appello alla necessità di mettere a confronto vittime e carnefici, per ricordare il passato. Una sorta di evocazione di ciò che accadde nel post apartheid sudafricano, dove, grazie alla collaborazione tra Mandela e l’Arcivescovo Tutu, si scongiurarono le vendette e si promosse un Ethos condiviso mediante la Commissione per la Verità e la Riconciliazione.
Personalmente, io esprimo tutte le mie riserve – e mi assumo la responsabilità delle mie affermazioni – riguardo a questi due percorsi, non tanto perché io ritenga vano il perdono e la condivisione della memoria storica, quanto perché certe piaghe della Storia sono e rimangono aperte e sanguinanti. Che dire della Shoah, di cui, tra l’altro, quest’anno celebriamo il settantesimo anniversario? Non me la sento di giudicare i sentimenti che tuttora provano certe vittime verso i loro carnefici…
Il percorso della traduzione mi sembra che colga meglio il senso della “cittadinanza non indifferente” proposta dalla Professoressa Brezzi. Si tratta di riconquistare il significato etico della traduzione, non solo quello, nobilissimo, squisitamente filologico: entrare nella Cultura dell’alterità non significa dimenticare la propria, perché sarebbe un appiattimento forzato e inutile. Secondo Ricoeur, che parla di “ospitalità linguistica”, il significato etico del tradurre è «abitare l’altra lingua come ospiti invitati, adeguando il più possibile le risorse dell’una e dell’altra». Ed è proprio l’ospitalità linguistica che esprime un Ethos rinnovato, perché dimostra la possibilità di comunicare con l’alterità, evita l’incomunicabilità tra le parti in causa, gli stereotipi e le contrapposizioni “noi-loro”.
Voglio terminare questo mio contributo rendendo l’omaggio che merita la Professoressa Brezzi come Donna e Filosofa. Il lavoro mi è reso facile dalla recente pubblicazione di un articolo sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore del 15 novembre, intitolato “La Filosofia non è una barba”, di Maria Bettetini.
Al di là dell’evidente doppio senso del titolo, luogo comune che in queste righe spero di aver contribuito ad abbattere, l’Autrice intendeva rendere un (doveroso) omaggio alla Filosofia “al Femminile”.
Leggo: «“Voi donne al massimo siete delle storiche”, mi disse molti anni fa un collega un po’ borioso […] Storiche? È un complimento, la storia del pensiero libera dalla stupidità di ritenersi i primi ad aver pensato e detto qualcosa, infonde rispetto verso il passato, così da guardarsi bene prima di confrontare se stessi con un grande che ha l’unico difetto di essere morto. Forse questa è la caratteristica della donna che si misura con la filosofia, non aver paura di sporcarsi le mani con il passato e col presente, non recitare il ruolo del genio solitario e incompreso. Non nascondersi dietro parole astruse o addirittura inventate (non è uno scherzo, accade). Misurarsi con la vita tutta intera, si tratti della Storia con la maiuscola o delle nostre piccole storie. L’intento è quindi quello di fare filosofia qui e ora».
A quell’intento che la Professoressa Brezzi ci ha comunicato, con passione e con grande competenza, va il mio ringraziamento e quello, ne sono certo, della comunità jesina che ama la Cultura del confronto.


Oreste Mendolìa Gallino

martedì 13 ottobre 2015

IL PROGRESSO TECNOLOGICO

Impegnarci nella ricerca di una Via per l’avvenire dell’umanità è faticoso ma è urgente; «la rifondazione dell’Umanesimo non è né un dogma provvidenziale né un gioco dello spirito: è una scommessa. L’era del sospetto non basta più. Di fronte alle crisi e alle minacce sempre più gravi, è venuta l’era della scommessa. Dobbiamo avere il coraggio di scommettere sul rinnovamento continuo delle capacità degli uomini e delle donne di credere e di sapere insieme. Perché l’umanità possa perseguire a lungo il suo destino creativo».
La riflessione di Julia Kristeva, filosofa e psicanalista lacaniana bulgara, mi aiuta a commentare la conferenza “Vivere col tablet: quali sfide?”, tenuta il 17 corrente presso la Planettiana dal Prof. Pier Giuseppe Rossi, docente di Tecnologia dell’Informazione presso l’Università di Macerata.
Biblioteca Petrucciana, Comune di Jesi e Jesi Cultura sono promotori e organizzatori della rassegna d’incontri culturali 2014/2015, dal titolo, appunto, Alla ricerca di una Via per l’avvenire dell’umanità.
Mons. Attilio Pastori, suo maggiore responsabile e promotore, s’interroga e, al tempo stesso, le sue domande tracciano un cammino di ricerca: «Non c’è soltanto un mondo e soltanto un tempo: 
il Vascello continua la sua corsa. Dove ci porterà? Verso un progresso ininterrotto? Non possiamo più crederlo. Il filosofo Edgar Morin propone di sostituire a una via dello sviluppo che produce sottosviluppo,
 la via di una politica della civiltà, nella prospettiva di un Nuovo Umanesimo».
La proposta del Professor Rossi parte, certo, dalle tecnologie che obbligano l’Uomo ad accettare il confronto con un progresso continuo, un futuro attualizzato che sta mutando perfino l’antropologia. Il tablet, perciò, è solo un paradigma: nella sua innumerevole offerta di utilizzo, lo strumento tecnologico ha mutato il pensiero e il comportamento umani, ponendo l’individuo in relazione con una collettività in cui, spesso, egli si mescola nel mare magnum dell’alterità diventata pressoché virtuale in una società “liquida”, per usare l’espressione coniata dal famoso sociologo e filosofo polacco, di origini ebraiche, Zygmunt Bauman a proposito della postmodernità.
Tecnologie, secondo Rossi, «che hanno due caratteristiche contraddittorie: da una parte l’Uomo le modifica usandole, dall’altra egli ne dipende» e «l’uso che egli deve farne e come acquisirne una modalità critica» sono gli argomenti che prevalgono sull’antinomia sterile tra chi le rifiuta totalmente e chi le userebbe sempre. Il fenomeno – prosegue Rossi – va affrontato rispondendo a due domande; la prima è: come sta cambiando oggi il modo di conoscere e di apprendere? Imparare significa “generalizzare”, passare dal caso specifico alla legge generale e formulare le regole per affrontare i problemi che ci circondano. «In passato il passaggio dalla teoria alla pratica era “lineare” e dalla prima derivava l’applicazione; il bagaglio teorico acquisito a scuola serviva per affrontare la vita. Oggi prevale l’approccio “ricorsivo”, cioè la formazione continua, non intesa in termini temporali ma quella capace d’insegnare mentre si lavora e di generare continuamente modelli della realtà in cui si vive, per capirla e rappresentarla a diversi livelli».
Alla seconda domanda: che tipo di professionista sarà mio figlio, quali competenze chiede oggi il mondo del lavoro?, Rossi risponde «che il professionista attuale costruisce progetti innovativi per problemi innovativi: le sue conoscenze sono strumenti per assemblare strategie specifiche; perciò, gli sono richieste numerose competenze, tra cui: la riflessione e la capacità d’imparare e capire come farlo; l’abilità per creare continuamente modelli cui fare riferimento, campioni di rappresentazione della realtà capaci di descriverla e di capire com’è fatta, è il segreto per trovare soluzioni a quei problemi innovativi; soprattutto, il professionista di oggi deve avere grandi doti di comunicazione, perché spesso egli persegue un obiettivo in squadra».
La complessità del mondo in cui l’Uomo del Terzo Millennio vive e lavora, il problema della rappresentazione della realtà cui Rossi fa riferimento si affronta con «un recupero del pensiero umanista, un nuovo dialogo, una nuova alleanza tra questo pensiero e quello scientifico». Solo così possiamo vedere «la tecnologia come capacità di organizzare, di padroneggiare, di costruire strutture complesse».
Il Nuovo Umanesimo sorge proprio da quest’alleanza: figlio della cultura europea, esso è incontro di differenze culturali, in un mondo complesso, favorite dalla globalizzazione e dall’informatizzazione, e rispetta, traduce e rivaluta le varianti dei bisogni di credere e dei desideri di sapere che sono patrimonio universale di tutte le civiltà. È in questa prospettiva che va atteso il prossimo dibattito offerto dalla rassegna: quello del 13 aprile, sempre alla Planettiana, in cui il Professor Givone, docente di Estetica presso l’Università di Firenze, risponderà alla domanda se sia possibile un Nuovo Umanesimo nel dualismo tra disperazione e speranza dell’Uomo.
«Un nuovo umanesimo – come dice il Cardinale Angelo Scola – che non sia altro che la capacità insita nella fede cristiana di generare cultura, cioè di proporre agli uomini e alle donne di ogni tempo, partendo dal loro peculiare contesto storico, sociale e culturale, un senso per vivere il quotidiano».

Oreste Mendolìa Gallino