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venerdì 3 novembre 2017

DON LORENZO MILANI

I profeti della Chiesa, anche contemporanea, sono stati spesso oggetto di vessazioni inaudite.
Caso emblematico quello di Galileo: lo scienziato fu processato e giudicato colpevole il 22 giugno 1633, nonostante, nella prefazione e nelle conclusioni de “Il dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, egli affermasse di accettare la verità religiosa secondo la Bibbia. Conosciamo le ammissioni di responsabilità di papa Wojtyla: 10 novembre 1979, istituzione di una Commissione di scienziati per porre fine alla condanna; 22 settembre 1989, prolusione nell’Ateneo pisano in cui l’opera di Galileo «è ora da tutti riconosciuta come una tappa essenziale nella metodologia della ricerca…».
E che dire di Pierre Teilhard de Chardin? Le parole di Padre Lombardi (anch’egli Gesuita come il suo collega francese), Direttore della Sala Stampa della Santa Sede fino al 2016: «Ormai nessuno si sognerebbe di dire che (Teilhard) è un autore che non dovrebbe essere studiato» (luglio 2009) tentano di cancellare (ma non ci riescono “ufficialmente”, come nel caso di Galileo…) il 30 giugno 1962, data in cui lo scienziato gesuita fu oggetto di un monitum del Sant’Uffizio secondo cui «in materia di Filosofia e Teologia si vede chiaramente che le (sue) opere racchiudono ambiguità e anche errori tanto gravi, che offendono la dottrina cattolica».
Ma il 1962 (11 ottobre) non fu anche l’anno in cui si aprì il Concilio Vaticano II?
E circa tre mesi prima, Teilhard non veniva condannato perché il suo pensiero e i suoi scritti contenevano «gravibus erroribus, ut catholicam doctrinam offendant»?
Poiché il tempo è galantuomo, Don Maurizio Gronchi, oggi Consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha precisato che nei contributi apparsi nella rivista Studium (n. 3, maggio-giugno 2014) e sul numero del 5-6 luglio del quotidiano La Croix, la figura di Teilhard assume oggi, sempre più, i nitidi contorni di quel singolare cercatore di Dio nell’universo in movimento.
D’altronde, è ormai impossibile ignorare che gli oltre cinquant’anni dal Concilio Vaticano II sono stati l’occasione per una riscoperta del valore del pensiero teilhardiano, con i suoi stimoli a considerare l’evoluzionismo non solo come teoria scientifica compatibile con la fede cristiana, ma anche come modello interpretativo di carattere antropologico ed ecologico cui i Pontefici attuali danno rilievo.
Altro profeta incompreso fu Don Lorenzo Milani, il giovane sacerdote nato in Firenze in una famiglia altoborghese, appassionato di Letteratura e di Musica che, all’incirca a metà del XX secolo, inventò un nuovo modo d’insegnare: la cultura come riscatto, la non violenza come pratica di vita.
Molte le similitudini pedagogiche tra Milani e Montessori!
I libri anticonformisti di Milani dettero “fastidio” al Magistero; eppure, il suo “Esperienze Pastorali” ebbe il nulla osta dell’Arcivescovo di Firenze e una prefazione dell’Arcivescovo di Camerino.
Nonostante ciò, durante il pontificato di Papa Giovanni la delazione contro Milani si fece ostinata fino a raggiungere il Sant’Uffizio, sempre in agguato per difendere la Chiesa di allora per tante ragioni, pure di opportunismo politico, tra le quali il problema del Comunismo che in quel tempo era un grattacapo reale che assillava tanto il Cristianesimo quanto la politica internazionale…
A cinquant’anni dalla sua morte (26 giugno 1967), il Centro Culturale I Care, con il patrocinio del Comune di Jesi (rappresentato dall’Assessore alla Cultura Dottor Butini), presso la Chiesa diSan Giovanni Battista (San Filippo), dal 1° al 9 aprile ha promosso una mostra fotografica commemorativa a cura della fiorentina Fondazione Don Milani, confluita, a due giorni dal suo termine, venerdì 7 aprile, alle ore 18, nella conferenza di presentazione del libro “Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole”. Era presente l’Autrice, Valeria Milani Comparetti, nipote, da parte di padre, di Don Lorenzo (che, in realtà, “faceva” di cognome Milani Comparetti…).
Voglio qui ricordare che fu proprio Don Lorenzo ad adottare, nella sua esperienza pedagogica, il motto inglese “I care” (m’importa, m’interessa, ho a cuore) in aperta opposizione a quello fascista “me ne frego”.
Quel motto è stato “ripescato” da Don Attilio Pastori quando, alcuni anni fa, ci si è ispirato per costituire il Centro Culturale I Care (ultima sua creatura culturale preceduta da Musica Præcentio venticinque anni or sono) nel tentativo di riesumare, queste le sue parole, «l’intenzione di Don Milani di portare i giovani, che ora sono anziani, alla sensibilità dei problemi inerenti alla conoscenza culturale e ai problemi dell’impegno anche politico da portare avanti in senso umano e cristiano».
Con questa testimonianza Monsignor Pastori ha ricordato di aver conosciuto Don Milani, seppure “di sfuggita”, quand’era giovane studente universitario in Firenze. Un tempo, quello, in cui – sempre dalle parole di Don Attilio – «in Jesi e in tutte le Diocesi italiane, quando io ero vice parroco in San Giuseppe, sul confessionale campeggiava lo scritto “se sei comunista, sei in peccato, confessalo!”».
Il libro che la nipote di Milani ha scritto ricorda per un certo verso quello dell’intima corrispondenza del sacerdote fiorentino con la mamma, «in cui il rapporto tra madre e figlio si rivela di un’intensità straordinaria, anche intellettuale»; ma, nel nostro caso, accade il contrario, perché l’epistolario tra Milani e il babbo (nonno dell’Autrice) è stato rinvenuto quasi per caso, «in scatoloni di cose vecchie», e fa emergere un uomo, Albano, «che è stato molto influente su Lorenzo».
«Ho scoperto – prosegue l’Autrice – che Albano era stato battezzato ed educato come cattolico; l’ho scoperto dai suoi scritti che in parte ho trascritto: questo è un libro molto documentale e io mi sono limitata a dare un assaggio di quello che è l’archivio di Albano. Pur essendo un laico agnostico, egli era studioso di religioni, soprattutto di quella Cattolica, e aveva scritto vari testi sulla religione cattolica. Fino a oggi, Don Lorenzo è stato visto come “il figlio di un’ebrea” vissuto in un ambiente familiare ebreo, cosa che in realtà non era…».
Nonostante il suo agnosticismo «Albano s’interessava di dogmatica, mistica e culto mariano, ed esercitava l’autorevolezza che un padre, soprattutto in quel tempo, poteva avere sui figli. Albano si occupò anche d’istruire i suoi contadini, pur essendo un borghese liberale e proprietario terriero padronale e paternalista dal quale Lorenzo si dissociò completamente…».
Il sottotitolo “Carezzarsi con le parole” spiega che in quella famiglia borghese («nella quale non si era soliti avere contatti fisici, come le carezze, perché “non si fa”») il rapporto d’affetto era veicolato dalla parola. Don Lorenzo usò questo espediente «per arrivare alla “scrittura collettiva” (esperienza straordinaria e importantissima della sua Pastorale) intesa come un “carezzarsi” che si fa all’interno di un patto amoroso come quello familiare. Per noi – termina l’Autrice – è così che trasmettiamo l’amore per l’altro: seguendone gli interessi, discutendone con lui, perché uno scritto è un progetto di discussione comune e di approfondimento».
Nel tentativo di porre fine all’esegesi distorta di Don Milani, in chiusura l’Autrice ha annunciato la prossima edizione dell’opera omnia dello zio sacerdote «in modo da dare la versione “vera” di ciò che Don Milani ha scritto, poiché molti (da varie parti) ne hanno strumentalizzato l’operato. Ecco i testi filologicamente restituiti e sono ciò che Don Milani ha veramente scritto…».

Oreste Mendolìa Gallino

martedì 30 agosto 2016

LA VITA DAL BALCONE

Radio Vaticana, omelia di Papa Francesco del 10 settembre: «è importante capire gli altri, non condannarli».
Giorni prima (Domenica 6) ne Il Sole 24 Ore non mi è sfuggito l’articolo “La misericordia attuata da Francesco. Il Papa benedice una ragazza madre”: «[Francesco] Non ha certo timore di rompere vecchi tabù, che in qualche modo hanno segnato la vita quotidiana della Chiesa. Ieri in un collegamento tv con gli Usa ha detto a una ragazza madre texana: “Dio ti benedica per quello che hai fatto. Sono orgoglioso di te, cammina a testa alta”…».
Il filo logico tra i due interventi mi sembra evidente.
Sulla traccia di questa evidenza trovo pertinente il sottotitolo “Francesco, testimone di speranza” di un interessante libro di Alessandra Ferraro, «Non guardate la vita dal balcone…», Elledici, Torino.
L’invito di Francesco è chiaro: «Siate protagonisti»; all’Autrice non sfugge l’«appello, forte e incisivo, che coinvolge ogni persona a non restare immobile, subendo i mondo passivo i problemi della vita e del mondo».
In questo Pontefice, venuto dai “confini del mondo”, io percepisco spesso l’invito a ispirarci all’alba del Cristianesimo, alla Chiesa delle origini, all’eco entusiasta, pure tra le avversità della primitiva predicazione, che si avverte nel clima quotidiano leggendo il Libro degli Atti degli Apostoli.
E come egli “bacchetti” una certa diffusa ipocrisia quando, dimenticando il nostro Battesimo, ci comportiamo in modo farisaico... Un Cristianesimo talvolta stanco e inamidato quello cui Bergoglio dà una scossa nel tentativo di rianimarlo dalle secche di un certo sopore: sforzo cui si oppongono in molti dentro le stesse mura vaticane…
Per Francesco, evidentemente, “essere protagonisti” non significa solo fare scelte coraggiose ma farle, quelle scelte – pure di controcorrente –, alla faccia dei compromessi, perché la fede nel Risorto non accetta vie di mezzo e accomodamenti. La Misericordia e la Tenerezza di Dio esigono l’assunzione della responsabilità d’essere Cristiani, cioè fedeltà al Vangelo di Gesù, al kerigma.
Per alcuni versi, le riflessioni dell’Autrice disegnano un ritratto di Bergoglio che si fa portavoce e protagonista di un pontificato inedito nella forma: «Dobbiamo essere coraggiosi» è il suo proclama (pag. 6) e prima o poi ricevi una sua telefonata perché hai bisogno della sua consolazione, perché egli risponde al tuo appello come “uno” chiunque (pag. 73, 75). Per esempio, quanti, tra noi, sanno che Francesco ha trascorso il suo compleanno con tre senzatetto, con gli «ultimi della terra, respinti dalla società come scarto e invisibili agli occhi di un mondo frenetico, assetato di guadagno personale e di successo sociale»? (pag. 7).
Francesco è «un Papa che non ha paura di dire ai potenti che “l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita” e invita a “non avere paura della bontà e della tenerezza”» (pag. 3). In una società di “efficiente pragmatismo” come questa, bisogna avere il coraggio di andare controcorrente nell’educazione dei giovani; essi «devono essere educati, stimolati a puntare verso i veri valori, a non lasciarsi trascinare nel vittimismo e nel pessimismo guardando la vita dal balcone. Papa Francesco rivolge questo imperativo non solo ai giovani ma a tutti: “Giocate in attacco! Calciate in avanti, costruite un mondo migliore, di fratellanza, di giustizia, di amore, di pace, di fraternità e di solidarietà”. Un appello – dice Ferraro – che invita tutti a non restare fermi, subendo in modo passivo i problemi della vita e del mondo» (pag. 4).
Similitudine azzeccata è quella che l’Autrice propone tra Bergoglio e Don Bosco (ricordo che Elledici, l’Editrice che pubblica il libro, è salesiana, e Dario Viganò, sacerdote salesiano, è stato nominato Direttore del Centro Televisivo Vaticano proprio da Francesco...). Nonostante sia Gesuita e «seppure in un’epoca del tutto diversa, con necessità e bisogni differenti, Papa Francesco interpreta e incarna lo spirito salesiano anche nel suo stile di comunicazione, fatto di gesti e parole che dicono allegria, vicinanza, affetto a chiunque incontri» (pag. 92).
«Pensavo – dice Bruno Vespa (cfr. Testimonianze, pag. 95) – che Giovanni Paolo II fosse imbattibile in fatto di comunicazione. Bene, Francesco è andato oltre».
A tale riguardo, secondo l’Autrice la sfida della buona comunicazione «è rivoluzione della verità, della bontà e della bellezza che ognuno di noi è chiamato a fare», perché – citando Bergoglio – «ciascuno nel proprio ruolo e con la propria responsabilità deve vigilare per tenere alto il livello etico della comunicazione e, in particolare, evitare quelle cose che fanno tanto male: la disinformazione, la diffamazione e la calunnia» (pag. 94).
Una cosa, dunque, è non stare a guardare la vita dal balcone, ben altra è farlo giocando in attacco rispettando le regole che la Misericordia e la Tenerezza di Dio impongono, perché se «Dio ci ama, non dobbiamo aver paura di amarlo. La fede si professa con la bocca e con il cuore, con la parola e con l’amore» (Francesco, udienza generale, 3 aprile 2013). L’invito è chiaro: «Svegliate il mondo, siate testimoni di un modo diverso di fare, di agire, di vivere» (Francesco, video-messaggio, 29 novembre 2014).
Propongo una citazione per stimolare il Lettore a leggere quest’agile libro: «Se io non fossi Cattolico e volessi trovare, nel mondo, la vera Chiesa, andrei in cerca dell’unica Chiesa che non va d’accordo con il mondo. Andrei in cerca della Chiesa che è odiata dal mondo […]. Cerca quella Chiesa che i mondani vogliono distruggere in nome di Dio come crocifissero il Cristo. Cerca quella Chiesa che il mondo rifiuta, come gli uomini rifiutarono di accogliere il Figlio di Dio» (Venerabile arcivescovo Fulton Sheen).
Oreste Mendolìa Gallino

COMUNICARE DIO

Giorgio Agamben, filosofo italiano, autore de Il sacramento del linguaggio, sostiene che «la parola comunica sul presupposto di una fiducia reciproca tra gli interlocutori, altrimenti diventa vuota e vana formula».
A questo presupposto di reciprocità s’ispira il Collega Vincenzo Varagona, della Redazione Tgr Rai Marche, quando pubblica il libro Comunicare Dio. Dalla Creazione alla Chiesa di Papa Francesco (Ecra Edizioni, € 16,00). In realtà, il pensiero dell’Autore è una riflessione intorno al modo con il quale Dio comunica se stesso mentre, fidandosi dell’Uomo, fa in modo che ogni sua parola diventi un fatto, una persona, Gesù Cristo (Card. E. Menichelli, Prefazione).
Per diventare poi, dopo la Pentecoste, missione della Chiesa nel mondo: «L’annuncio è la missione più importante che Dio stesso testimonia e che affida all’uomo, il quale, conoscendo che la fantasia di Dio è straordinaria, in Lui trova fonte d’ispirazione per parlare di Dio attraverso varie forme di espressione artistica, dall’arte alla musica» (pag. 13-14).
E poiché è carisma della Chiesa «promuovere la giustizia nella ricerca del bene comune», secondo il Prof. G. Rivetti (cfr. Presentazione), è lodevole che Varagona rivolga particolare attenzione «al ruolo dei mezzi di comunicazione poiché la persona umana e la comunità umana sono il fine e la misura dell’uso di tali mezzi».
Nucleo, cuore e centro di Dio creatore e comunicatore è il Verbo, Parola per eccellenza, Gesù, che fa della parabola la comunicazione privilegiata del progetto di Dio per l’umanità. Che in Gesù la parola e l’azione siano complementari è evidente perché in Lui «la signoria di Dio è dimostrata attraverso le opere e illustrata attraverso le parole» (pag. 17).
Non va dimenticato che nella tradizione rabbinica anteriore a Gesù non è possibile trovare una sola vera parabola contro le almeno 41 dei Sinottici; e neppure se ne trovano nel resto del Nuovo Testamento, in San Paolo, per esempio, che pure ama molto la comunicazione figurata. Per Gesù, invece, le parabole costituiscono il veicolo preferito per annunciare che “il regno di Dio è vicino” (cfr. Lambiasi-Tangorra, Gesù Cristo comunicatore. Paoline, 1997).
Il messaggio che Varagona propone alla riflessione del Lettore è che la Chiesa, fattasi interprete privilegiata della comunicazione del Vangelo all’Urbe e all’Orbe «pur attraversando fasi complesse, ha sempre cercato nuove strade per diffondere in modo efficace il messaggio di salvezza».
Un fine, questo, che noi giornalisti cattolici dobbiamo tenere presente tanto per la sua intrinseca necessità quanto per la sua straordinaria efficacia. Il potere dei media sta rivoluzionando la Chiesa; non stare al passo di questa modernità significa ignorare la grande opportunità che la Chiesa ha di mettersi in gioco in un mondo sempre più complesso e articolato.
Non è un caso che Papa Francesco, sbarcato su un nuovo pianeta del web, Istagram, dopo il canale multilingue Vatican su You Tube, e gli oltre 25milioni di follower sulla piattaforma Twitter e le catechesi su Telegram, abbia chiamato per rivoluzionare i media vaticani uno come Monsignor Viganò, che ama Holliwood, Fellini e i social network.
La Chiesa di Bergoglio, proiettata dal centro alla periferia è la cartina di tornasole della spontaneità e dell’immediatezza di questo Papa. E quest’aspetto importante del Papa, venuto dall’altra parte del mondo, non sfugge alla riflessione di Varagona quando intervista il biblista Servita Alberto Maggi, condirettore del Centro Studi Biblici Vannucci di Montefano, il quale dice: «…si è finalmente compreso che non eravamo fuori della Chiesa, come venivamo incolpati, ma solo fedeli al Vangelo, quando già vent’anni fa dicevamo le stesse cose che oggi dice Papa Bergoglio…».
A significare che cosa questa “polemica”? Che, come dice Varagona, in missione per la comunicazione non ci vanno solo Ordini, Congregazioni e Santi predicatori, ma una Chiesa che ­– anche per mezzo di ognuno di noi – «si presta ad attese e speranza, perché è convinzione comune che fosse necessario costruire una maggiore unitarietà e sinergia nell’azione comunicativa della Santa Sede, in particolare con i due appuntamenti di grande rilevanza come il Sinodo della Famiglia e il Giubileo della misericordia».

Oreste Mendolìa Gallino

martedì 13 ottobre 2015

L'OMBRA DEL DIVINO

Il linguaggio è originale ma la competenza è provata.
La domanda di Sgarbi è: qual è (se c’è…) l’ombra del Divino nell’arte contemporanea?
Cui seguono altre: in che modo gli artisti contemporanei percepiscono il rapporto col Divino? Da dove nasce la difficoltà di rappresentare oggi i temi della Cristianità, che per secoli sono stati la prima fonte d’ispirazione artistica?
Il problema è che oggi c’è un’oggettiva “difficoltà di rappresentare” il Divino nell’arte che, per secoli, si è inzuppata di senso religioso.
Deutinger scriveva: «Il fatto che la divinità si fosse rivelata all’uomo, non solo in modo naturale obiettivo ma in forma soggettivo-oggettiva, come amore personale, condizionava ora necessariamente un nuovo sviluppo dell’arte» (Estetica). Ecco il nucleo del problema: l’arte, il suo sviluppo e la sua ricerca, è condizionata dalla consapevolezza dell’uomo, dell’artista, di essere stato redento e, come tale, capace di esprimere gratitudine a Dio.
Sgarbi propone un sillogismo concreto: il Divino nell’arte contemporanea è insufficiente perché lo è pure nella società. L’arte mostra questa carenza ed è lo specchio del diffuso a-teismo o, al meglio, dell’inequivocabile scollamento del Divino dalla realtà.
In particolare nell’architettura religiosa, Sgarbi rileva che le testimonianze contemporanee appaiono spesso dissonanti rispetto a quelle antiche, perché «stabiliscono un’interruzione, uno iato, rispetto all’armonia che nei secoli precedenti è stata rispettata nelle quote, nelle misure, nelle proporzioni».
Se il cardinal Ravasi auspica che “arte e fede devono tornare a dialogare”, Sgarbi sostiene che «Nel Novecento, il tema del sacro lentamente si dissolve e le tipologie architettoniche realizzate sono in gran parte fallimentari, perché frutto di un distacco fra l’idea religiosa, o i temi della fede in Dio, e la creazione che è indirizzata verso la mortificazione dell’uomo o la convinzione di una crisi dell’uomo che implica, addirittura, l’eliminazione della sua presenza» nell’arte. «Questo mi fa pensare – continua l’Autore – a una relazione immediata tra la perdita della centralità dell’uomo in generale, la perdita della centralità della persona con riferimento alla visione religiosa e la perdita dello spazio architettonico inteso come volta celeste». Morti Tiepolo (1770) e il Canaletto, le volte e le cupole delle chiese smettono d’essere decorate, finché prendiamo atto che «l’Ottocento e il Novecento sono profondamente laici e lontani dalla conquista del cielo, perché il cielo è (ormai) perduto».
Ma se il cielo è diventato nostalgia, chi e che cosa è l’artista? «Non è uno sciamano, il suo problema non è essere strumento di Dio; egli non è mediatore di qualcosa, ma è Dio stesso. L’artista è Dio stesso perché manifesta la divinità immanente che cammina per strada. Quando si vede un artista, si avverte che in lui c’è qualcosa di divino, forse una porzione soltanto. Il compito dell’artista, quindi, anche ateo, non è trasmettere qualcosa o esserne il medium, anche se di fatto egli lo è…» ma essere la mano del Divino, realizzando così «l’unica possibile» condizione privilegiata per «ripensare al Divino come impulso vitale per l’arte contemporanea, punto di partenza e suo compimento».
A chi volesse approfondire questi argomenti, che sono pure motivo di riflessione personale nei confronti della fede, suggerisco il libro pubblicato da Cantagalli, un editore molto impegnato nella divulgazione e nel dibattito di temi religiosi.

Oreste Mendolìa Gallino

MISTICA (CHIESA VISIBILE E CHIESA INVISIBILE)

Intervento complesso e complicato; non certo una conferenza ma un’esposizione della sua esperienza di studiosa di mistica. È l’appuntamento, il 6 giugno scorso, della Dott.ssa Antonella Lumini, della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, presso la sala dell’Azione Cattolica, attigua alla Chiesa jesina dell’Adorazione. La persona giusta e l’evento giusto nel luogo giusto… È difficile parlare di esperienza mistica in un tempo intriso di pragmatismo sprezzante; soprattutto se il crollo della cosiddetta new economy è, in vero, crisi profonda di valori. Basta ammetterlo, per mettere da parte gli equivoci.
Chiesa visibile e Chiesa invisibile è il tema dell’intervento: una riflessione biblica sui doni dell’Amore dello Spirito Santo al mondo grazie alla Rivelazione di Gesù, il Risorto.
L’argomento ha attinto al Vangelo di Giovanni, ove linguaggio e scopo di scrittura offrono una versione mistica dell’esperienza terrena di Gesù. L’Evangelista dice d’essere il “discepolo che Gesù amava”: accanto a Gesù nell’Ultima Cena (13,23); presso la Croce, insieme alla Madre e alle altre donne (20,26-27); più veloce di Pietro, infine, quando corre al sepolcro del Maestro (20,3-5).
Particolare relazione e rapporto speciale tra la creatura e il suo Creatore: è questo il terreno sul quale il seme della mistica nasce e fiorisce in tutte le sue esperienze umane e soprannaturali. Un problema di “elezione”, in realtà: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (15,16); argomento al centro della missione paolina e nucleo del pensiero di Lutero.
L’elezione, tuttavia, non sia fonte di orgoglio e presunzione: «Dio ama tutti in modo incondizionato e universale – precisa Lumini –. Tra Abele e Caino sembra che sia in atto una sorta di differenziazione tra i due fratelli allorché Dio osserva con favore le offerte del primo rispetto a quelle del secondo (Gn 4,3 ss). Non è così; Caino abbassa la testa perché allontana lo sguardo di Dio: decide d’interrompere la sua relazione con Dio». «Proprio della frattura della relazione tra Dio e il discepolo, abbassare lo sguardo è simbolo dell’allontanamento della creatura da Dio, parametro della “inconsistenza” dell’intimo rapporto tra la Persona e Dio»; questa, in sintesi, per la Dottoressa Lumini, la cartina di tornasole con la quale testiamo la nostra risposta all’Amore di Dio che c’invita a una comunione speciale.
Il circolo d’Amore che crea unione, in cui la creatura fa esperienza di comunione col suo Creatore, è esposto nel Vangelo giovanneo nei cap. 14, 15 (il cosiddetto “testamento di Gesù”) e 17 (detto “la preghiera di Gesù”): «(…) io sono nel Padre e il Padre è in me (14,11); chi ama me sarà amato dal Padre mio (14,21); se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (14,23); come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi (15,9); come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi (17,21)».
La via dell’Amore diventa la via regale dell’effusione dello Spirito Santo, che è Amore per eccellenza; offerto in dono all’umanità, sia attraverso il Figlio sia mediante la Pentecoste, lo Spirito irrora il mondo di pienezza.
«La via mistica (mistico ha la stessa radice della parola mistero) è contrassegnata dall’abbandono completo al mistero e alla profondità in cui accadono i miracoli, luogo dove l’azione divina non trova ostacoli. La Chiesa – prosegue Lumini – è realtà concreta e tangibile, è Chiesa visibile, ma non deve rinunciare alla via mistica attraverso la quale può vivere intimamente con Dio (Chiesa invisibile), chiamata a vivere con responsabilità la propria vocazione».
Interessante, a conclusione dell’intervento, la riflessione sul dialogo tra Gesù è Pietro alla fine del Vangelo giovanneo. Secondo la Relatrice, la domanda di Gesù «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?» (21,15) è pertinente al tema del suo intervento e si presta ad alcune interessanti interpretazioni. Ella fa ricorso a Echkart di Hohenheim, alias Meister Eckhart (1260/1327), maestro di Teologia all’Università di Parigi, mistico tedesco il cui pensiero è incentrato sull’essenziale unità dell’anima con Dio.
Se la risposta a quella domanda è positiva, secondo il Maestro renano Pietro è in grado d’esser guida della Chiesa “perché chi ama di più fa da guida a chi ama meno”.
Eckhart ritiene pure che la domanda di Gesù a Pietro sia da mettere in relazione al primo Comandamento: soltanto l’amore per Dio è la fonte primaria cui ognuno, in particolare il pastore, deve attingere per amare il prossimo. Tuttavia, il mistico medievale ammonisce: “Chi ama Dio più del prossimo lo ama bene ma non perfettamente; perciò non è ancora nella pienezza dell’Amore”. È una pienezza, termina la Dottoressa Lumini, che diventa tale grazie al cammino spirituale che l’anima fa nella sua relazione intima con Dio. Infatti, quando Gesù chiede a Pietro di pascere gli agnelli intende parlare della fede giovane della Chiesa che sta per nascere; e quando l’invita a pascere le pecore intende dire che la Chiesa, diventata adulta, è invitata a fare il cammino verso la pienezza del suo intimo dialogo con Dio.

Oreste Mendolìa Gallino
Sandro Botticelli, Natività mistica (part.), Londra, National Gallery

DIO È MADRE

La Teologia della Tenerezza, di cui ho già parlato nelle pagine di questo giornale, ha come premessa l’antropologia della tenerezza, in cui si mette in luce un’attitudine inscritta nella natura umana, che evoca l’idea di morbidezza, assenza di durezza e di rigidità. Tenerum deriva dal verbo tendere, che significa estendersi verso, proiettarsi. Risultato della tenerezza è, infatti, una disponibilità a priori verso relazioni positive, bene-volenti, attraverso le quali l’alterità si sente accettata, bene-voluta.
Sgombriamo subito il campo dall’assunto errato che tenerezza sta a femminilità, cioè che ne sia sinonimo. Certo è che la mitologia sessantottina non ha zittito tanti luoghi comuni e consuetudini; così è che fino alla metà del secolo scorso esistevano i cosiddetti ruoli di genere e, per estensione, i sentimenti di genere. Un po’ come dire che il maschile non può provare tenerezza, perché essa attiene all’universo femminile.
Da un luogo comune all’altro, anche nella riflessione teologica si è fatto strada (senza grande successo) il tentativo di “smontare” il maschilismo di Dio, cosicché la Chiesa si presenta al mondo come il sacramento della tenerezza di Dio, di un Dio di bontà e di grazia con una chiara identità femminile.
Sono passati quasi quarant’anni ma le parole di Giovanni Paolo I (papa Luciani), che hanno fatto sobbalzare molti Padri conciliari, restano un ricordo vivido: «Noi siamo oggetto, da parte di Dio, di un amore intramontabile; egli è papà, più ancora, è madre» (10 settembre 1978). Lo scalpore dipendeva dal fatto che il filone “maschile”, reputato istituzionale nel Cristianesimo, doveva “fare i conti” con quello “femminile” non alternativo, sicuramente di secolare tradizione. Si sa: la società maschilista, cui la Chiesa non ha mai smesso di strizzare l’occhio, non poteva tollerare una siffatta ingerenza.
È molto probabile che Papa Luciani conoscesse bene la mistica cristiana, in particolare quella del Medioevo e del Rinascimento [cfr. la mistica renana di Meister Eckhart (XIV sec.) e tra gli altri, in seguito, Teresa d’Avila e Giovanni della Croce], perché se da una parte quell’espressione non fu coniata da lui, dall’altra egli intendeva dire che il Vangelo della tenerezza è “norma normans” della Chiesa, che la tenerezza è “soffio dello Spirito” sulla Chiesa e “mistero nuziale” della Storia della Salvezza, perciò storia dell’umanità.
Perciò, bene ha fatto Antonella Lumini nel suo libro “Dio è Madre, l’altra faccia dell’amore”, a presentare lo Spirito Santo come madre, in un cammino interiore illuminato dal femminino e coniugato al femminile. Si tratta di un percorso spirituale in sette tappe, in cui l’Autrice pone l’accento sull’aspetto materno della Trinità, Amore che si effonde nel Creato. Poiché «la Madre non si stanca mai di amare» (pag. 39), una Teologia al femminile non può che disegnare la parabola di un amore infinito che consola e che cura incessantemente, con la tenerezza che è propria di un Dio trinitario “ermafrodito”.
Sempre pronto ad accogliere e a sostenere, Dio è comunque conciliante, mai giudicante.
Per disegnare i tratti di quest’Amore m’ispiro sempre volentieri al dipinto di Rembrandt intitolato Il ritorno del figlio prodigo (1669, Ermitage, San Pietroburgo): perché mai quel vecchio canuto e curvo di vecchiezza, sulle spalle del figlio prostrato ai suoi piedi, deve poggiare due mani in cui la sinistra è maschile e la destra è femminile? Forse perché Rembrandt vuole dirci che una riflessione sull’Amore tenero di un Dio che è Madre l’ha fatta pure lui...

Oreste Mendolìa Gallino

GIUBILEO DELLA MISERICORDIA (2015/2016)

Giano è una delle più antiche divinità romane; sua caratteristica è il volto bifronte; il fatto di avere due volti ha dato a questa divinità una valenza negativa: l’atteggiamento ambiguo e opportunistico di una persona pronta a mutare opinione secondo la convenienza.
Se là c’è una valenza negativa, in un Giubileo no, perché misericordia e tenerezza sono lo stesso volto della Grazia di Dio. Il Giubileo della misericordia indetto da Papa Francesco (8 dicembre 2015-20 novembre 2016) è anche quello della tenerezza di Dio. Nella Bolla d’indizione Misericordiæ Vultus (11 aprile 2015), Francesco dice che far partire l’Anno Santo con la Solennità dell’Immacolata Concezione significa rivolgere il pensiero a Maria «Madre della Misericordia» e che «il suo sguardo ci accompagni, perché tutti possiamo riscoprire la gioia della tenerezza di Dio».
Ma che cosa significa la parola “giubileo” e quali sono le sue origini? I copisti hanno erroneamente sostituito il latino jubilum (allegria); mai errore fu più perdonabile! In verità, traducendo dall’Ebraico, san Gerolamo si trovò dinanzi il vocabolo jōbēl; pura assonanza, a quanto pare, perché lo jōbēl è, per estensione, il suono del corno di un montone col quale in Israele si proclamava l’inizio di un Giubileo.
E che cosa c’entra la Misericordia invocata da Papa Francesco? In Israele la regolamentazione di un Giubileo vincolava a un sentimento umanitario di soccorso al bisognoso, soprattutto proibiva l’usura...
Misericordia verso il prossimo, dunque. Tenerezza nella relazione col prossimo, perciò. La stessa faccia di un cammino di conversione, perché il Giubileo è conversione intesa come sviluppo della Persona umana che conduce a un decentramento di sé negli altri: amore per la croce di Gesù, continuata azione liturgico-sacramentale e operosità missionaria.
Ho tra le mani un agile libro del Prof. Ubaldo Terrinoni, O.F.M. Cap., Licenza in Scienze Bibliche e Dottorato in Teologia Dogmatica. è intitolato “Il Giubileo della Misericordia” (Ed. Palumbi di Teramo, che si definiscono (ad hoc!) “Editoria della speranza”). Probabilmente uno tra i tanti che le Case editrici produrranno in questo tempo. L’eminente Autore ha però il merito di fare (ecco il sottotitolo) “Riflessioni bibliche sul grande evento ecclesiale” dell’Anno Santo indetto da Bergoglio.
Una frettolosa indagine mette in luce «rapporti umani quotidiani improntati sulla base della giustizia e non della misericordia che è nuovo perdono». Da questo presupposto Terrinoni parte per dire che Papa Bergoglio intende questo Giubileo come «forte presa di coscienza da parte di tutti e di ciascuno per perdonare e perdonarsi e per far circolare la misericordia di Dio». Trovo geniale l’uso del verbo “circolare”; come potrebbe circolare la misericordia di Dio se l’Uomo non usasse tenerezza, ispirandosi alla tenerezza di Dio? Una circolazione che è sinonimo di contaminazione. La Redenzione ammonisce la comunità dei credenti che senza il Vangelo della Tenerezza non si risponde in pieno al Vangelo dell’Amore che Gesù ci ha lasciato, altrimenti si rischia di diventare incapaci di portare (far circolare) il lieto annuncio della Grazia.
Quell’indagine sui rapporti umani che fa Terrinoni va in profondità: che cosa fu il vitello d’oro nell’Antico Israele se non mancanza di fiducia in Dio? L’Uomo moderno non ha più fiducia in Dio, perciò smette di avere coscienza (consapevolezza) del peccato: un circolo vizioso per dire che la modernità spesso non sa che farsene della Misericordia di Dio, innanzitutto perché non si crede in Dio stesso e tanto meno nel suo perdono.
Ma che cos’è la Redenzione se non il perdono di Dio mediante il Cristo, di Dio il cui cognomen nel Giudaismo (e nell’Islam...) è proprio “il Misericordioso”?
Il Giubileo occasione di conversione: se l’«esaltante annuncio che il regno di Dio “è vicino”, cioè comincia a manifestarsi nel cammino di ogni uomo (...) come necessaria risposta esige la conversione».
Certo «l’iniziativa la prende il Signore. È lui che fa il primo passo nei confronti dell’uomo», come dire che nelle tre tappe della conversione suggerite da Terrinoni, la prima è l’incontro con Dio.
La seconda è perdonare. “Rimetti a noi i nostri debiti perché noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Quel “perché” che sostituisce il “come” è, se posso permettermi l’espressione, un altro Giano bifronte. Dio ci perdona purché sappiamo fare altrettanto; e possiamo perdonare perché siamo perdonati da Dio. Non sono Misericordia e Tenerezza che si tengono per mano?
Infatti, l’ultima tappa della conversione è proprio la riconciliazione. «Va’ prima a riconciliarti con tuo fratello» (Mt 5,23-24). Non c’è alternativa, eppure, quanti di noi barano a tale proposito?
È la strada sulla quale l’Autore c’invita a vivere questo Giubileo, perché «Dio – cito Papa Francesco – non rimane lontano ad aspettare l’Uomo ma si avvicina e si mette al suo fianco».
L’eco della parabola del padre misericordioso non è lontana. Su queste pagine scrivevo nel gennaio 2014: “Sempre pronto ad accogliere e a sostenere, Dio è comunque conciliante, mai giudicante. Per disegnare i tratti di quest’Amore m’ispiro sempre volentieri al dipinto di Rembrandt intitolato Il ritorno del figlio prodigo (1669, Ermitage, San Pietroburgo): perché mai quel vecchio canuto e curvo di vecchiezza, sulle spalle del figlio prostrato ai suoi piedi, deve poggiare due mani in cui la sinistra è maschile e la destra è femminile? Forse perché Rembrandt vuol dirci che una riflessione sull’Amore tenero di un Dio che è Madre l’ha fatta pure lui...”.

Oreste Mendolìa Gallino

ARTE PER LA CATECHESI

È uscito recentemente in libreria, curato da Edizioni Messaggero Padova, un interessante studio che ricalca i programmi di catechesi avviati, ormai da anni, da alcuni Vescovi italiani. Sono piani d’intervento che propongono di utilizzare l’arte come veicolo di catechesi, restituendo appunto l’arte sacra alla sua originaria funzione: un’idea che non è certo nata ieri. Cito, ad esempio, la Conferenza Episcopale della Toscana, che qualche anno fa sollecitava l’uso a fini catechistici della straordinaria ricchezza artistica di quella Regione. La CEI ha sempre incoraggiato questo tipo di catechismo, non solo perché ciò attiene al suo precipuo compito ma anche per ribadire le opportunità che le risorse artistiche del nostro Paese possono offrire per la conoscenza della dottrina della Chiesa.
Andrea Dall’Asta, perciò, fa nulla di nuovo quando scrive Dio storia dell’uomo. Dalla Parola all’Immagine (€ 23,00). La novità della sua proposta editoriale sta, invece, nella sua straordinaria capacità e competenza di proporre un percorso storico-teologico-artistico-antropologico dell’opera d’arte al servizio della Fede, in un itinerario che dal Rinascimento si dipana fino all’arte contemporanea.
Capacità e competenza, quelle dell’Autore, accreditate da un qualificato cursus studiorum che ne fa un interprete di tutto rispetto; come se ciò non bastasse, ricordo che egli è sacerdote gesuita, perciò uno che, come tanti ne ho conosciuti (per non andare tanto lontano, potrei citare Mons. Attilio Pastori, reggente della parrocchia jesina di San Giovanni Battista), la catechesi te la propone dall’ambone durante l’omelia.
Una riflessione che ho apprezzato molto, tra le tante del suo copioso repertorio di proposte, è quella dell’arte intesa come medicina per il dolore latu sensu. Perché bene si adatta anche al disagio esistenziale di questo tempo frastornato dalla fatica dell’esistere, sforzo che si riverbera nella carne non solo tormentata dalla malattia.
Ricordo che il pittore olandese Johannesvan der Meer, altrimenti Jan Vermeer (1632-1675), nel suo dipinto “La lezione di musica” (1633, Royal Collection, Londra), dipinge sul coperchio aperto della spinetta la frase emblematica “Musica letitiæ comes medicina dolorum”, musica come medicina per il dolore.
La lezione che impartisce l’artista protestante fa da contraltare al IV capitolo del libro di Dall’Asta, titolato Cristo, volto di un’umanità ferita. L’Autore cita il polittico (o altare) di Isenheim (1512-1516) di Mathias Grünewald (1480-1528), «uno dei capolavori della pittura europea del XVI secolo». «La ricerca di Grünewald», dice Dall’Asta, «non intende presentare la persona del Cristo a partire dalla bellezza classica, ma s’interroga soprattutto sul significato che l’immagine di Gesù può rivestire per fedeli colpiti da malattie, piaghe, sofferenze indicibili». È come fare parlare la bocca cui il cuore del paziente fa dire: «In che modo il Cristo mi salva, mi libera dal dolore e dall’angoscia della morte?». Infatti, i malati ospiti dell’ospedale presso cui si trovava la pala avevano l’abitudine di toccare l’immagine di Gesù che agonizza sulla croce, convinti che essa avesse poteri taumaturgici: perché il Christus patiens è anche il Deus absconditus che si nasconde nei drammi della precaria condizione umana.
La salvezza, qualunque essa sia, che viene dal Verbo incarnato per condividere la condizione umana: una stupenda catechesi che l’arte pittorica, in «un percorso necessariamente interdisciplinare» traccia come possibilità di riappropriarsi della consapevolezza di «riconoscersi “immagine e somiglianza” di Dio, per aprirsi alla sua conoscenza». Un cammino di scoperta, continua Bartolomeo Sorge (Prefazione, 7), in cui non bastano da sole né la ragione, né la filosofia, né la teologia, né l’antropologia, ma la fede, la quale è sola “luce” in grado di dare senso pieno alla storia di Dio come storia dell’uomo» (cfr. Papa Francesco, Lumen Fidei).
Una proposta, quella di Dall’Asta, che merita d’essere approfondita in un dibattito pubblico presso le biblioteche Petrucciana o Planettiana: una sfida culturale e catechetica che lancio sia all’Autore sia a S.E. il Vescovo Rocconi.

Oreste Mendolìa Gallino