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venerdì 3 novembre 2017

BEN-ESSERE NELLA VALLESINA

L’idea è stata proposta al pubblico il 14 ottobre scorso, presso il Teatro Comunale “Paolo Ferrari” di San Marcello.
A farsene portavoce il Sindaco Pietro Rotoloni, sempre più in prima linea per trovare soluzioni, e metterle in pratica col coraggio e la tenacia che conosciamo, per garantire buona qualità di vita alla Comunità civile.
“Paese del Ben-essere” è il titolo del Convegno che ha visto un successo di pubblico e la partecipazione di numerosi sindaci (alcuni assenti, tra cui Monsano) e imprenditori, taluni non indigeni, che comunque fanno attività locale.
Tuttavia, l’idea è di Raffaele Bucciarelli: nato in Castelplanio vive in Maiolati e vanta il pregio di essere stato Sindaco, Consigliere regionale, Assessore provinciale e Presidente dell’Assemblea legislativa regionale.
Chi, meglio di lui, conosce bene il territorio dove vive, in particolare la Vallesina?
«Intuizione brillante, la sua – come rileva il moderatore giornalista Gianni Rossetti –, che va valorizzata come tante cose particolari e uniche delle Marche, ancorché sia un enorme limite la “capacità di nascondimento” dei Marchigiani». Certo Rossetti mette il dito sulla piaga (dovrei dire “nella” piaga come è nella straordinaria tela caravaggesca dell’“Incredulità di Tommaso”…), perché si sa: il Marchigiano ha enormi risorse e vive in una Regione stupenda, ma non sa affrancarsi dal suo atavico riserbo.
Condizione questa, che non gli permette di «rendersi conto – prosegue Rossetti – del grande potenziale del territorio in cui vive».
“Paese del Ben-essere” è, infatti, un progetto declinato al plurale, perché nelle «colline più belle d’Europa l’idea non riguarda solo San Marcello ma un vasto territorio che ha eccellenze che bisogna fare conoscere».
Nella sua prolusione Rossetti tiene a porre in rilievo talune di queste eccellenze, di San Marcello in primis. «Poco più di 2000 abitanti, il paese di Rotoloni vanta un Centro storico quasi totalmente ristrutturato; un Museo dell’olio; un Museo del telefono che ha pezzi assenti presso l’omonimo in Stoccolma della Ericsson; numerosi imprenditori che producono i vini Lacrima e Verdicchio; l’ex Convento di Montelatiere che, col nome Villa Oasi, entro l’anno corrente diventerà – unico Centro nelle Marche – struttura qualificata per curare i disturbi alimentari. E, per finire, nel giugno 2018 San Marcello ospiterà il Premio Vallesina».
Nel suo intervento, il Sindaco Rotoloni ha voluto confermare il progetto di costituire una serie di Comuni locali, votato alla cultura del “ben-essere”: un modo collaterale alla cosiddetta “bandiera arancione”, marchio di qualità del quale sono insigniti i piccoli Comuni dell’entroterra italiano che si distinguono per un’offerta di eccellenza e un’accoglienza di qualità.
Rotoloni sottolinea che questa “ghirlanda brillante” (per usare una metafora presa in prestito dalla Scienza…) ha l’obiettivo d’ispirarsi alle «linee guida di Bucciarelli per poter partecipare ai bandi europei per attingere fondi per rivalutare centri storici, ambiente e territorio».
Il padre dell’iniziativa, Bucciarelli, apre il suo intervento dicendo che questo progetto «non è solo economico ma riguarda il benessere inteso come “star bene”: cioè vivere profondamente e intimamente il nostro territorio, senza trascurare il valore delle tradizioni che ne hanno fatto un’eccellenza nazionale».
Mi permetto di ricordare in questa sede quello che scrivevo nella prefazione al libro di Don Savino Capogrossi, un tempo Parroco di Monsano, titolato “Piccola crono-storia di un secolo di vita della Comunità di Monsano” (marzo 2016): «La mia opinione è che la cementificazione dell’identità di una Comunità, in poche parole il suo destino, sta nel dialogo che essa riesce a stabilire con la diversità, soprattutto in una società multietnica, multiculturale e globalizzata come è quella del Terzo Millennio. L’alterità, infatti, è sempre un’occasione di confronto e di arricchimento reciproco e va vissuta con spirito di cooperazione (…) tra le parti che sono chiamate a dialogare tra loro».
Lo stesso spirito anima le intenzioni di Bucciarelli che dice: «Dobbiamo imparare ad accogliere l’altro non come un competitore ma una persona con cui collaborare per il bene di tutti, in modo olistico. È un progetto che vuole unire i Comuni nella loro capacità di governare il territorio per il recupero di un benessere che emani “energia positiva”, perché l’unione è la forza comune con la quale recuperare il rispetto. Rispetto dell’alterità e dell’ambiente, certo per una migliore qualità di vita, non meno pure per lasciare ai nostri figli una terra sana».
Il tema conduttore del pensiero di Bucciarelli è l’assunzione della propria responsabilità: ciascuno in modo capillare, in particolare gli operatori economici, la Scuola, i professionisti, gli artigiani e gli artisti locali. Ma è un argomento, quello di Bucciarelli sul primo dovere dell’Uomo di rispettare e salvaguardare la Terra, che egli riconosce essere presente già nell’insegnamento di Papa Francesco che si richiama ai sentimenti del Santo assisiate quando compila l’enciclica “Laudato si’ sulla cura della casa comune”…
A Bucciarelli fa seguito Angelo Serri, giornalista, ideatore e Direttore di “Tipicità”: “un pensatoio di futuro” secondo Alan Friedman, vetrina del patrimonio gastronomico e culturale della nostra Regione.
Serri stimola a pensare in positivo, mettendo da parte i tipici sentimenti marchigiani della modestia e del pudore, «per accorgerci che se molti stranieri e Italiani del Nord vengono a vivere qui da noi, e a impiantare fiorenti attività economiche nei nostri borghi, è perché nelle Marche ogni luogo trasuda cultura e tradizione».
Il suo è un richiamo al benessere per i cinque sensi, a mettere da parte l’eccessiva sobrietà marchigiana, perché «noi ci rendiamo conto dell’Eden in cui viviamo solo quando chi non vive nella nostra Regione c’invita a guardare con occhi nuovi la nostra Terra, a scoprire che i nostri ritmi di vita sono a misura umana e che il nostro stile di vita non esiste più in molte Regioni italiane».
Bruno Sebastianelli, fondatore e Presidente della Cooperativa Bio “La Terra e il Cielo”, fondata «in tempi non sospetti 37 anni fa» ricorda che «l’agricoltura biologica si associa bene alla cultura del benessere.
La Cooperativa di cui egli si fa portavoce è andata in controcorrente rispetto alla crisi economica nata del 2008, crescendo del 15/20% ogni anno. È un incremento reso possibile dall’intento societario di dissociarsi dagli «“avventurieri” del bio, quelli che fanno le “furbate” solo per arricchirsi e sapientemente smascherati dalla trasmissione d’inchiesta televisiva Report».
Il suo intervento è un dettagliato elenco di produzioni tese pure al recupero di antiche tipicità come la cicerchia e il farro. Una filiera il cui scopo principale è promuovere la cultura della salute e del rispetto dell’ambiente attraverso la qualità, la tracciabilità e la tipicità dei prodotti alimentari e quindi delle metodologie produttive.
Agli interventi dei relatori sono seguiti quelli degli imprenditori presenti al Convegno:
-      Luca Celli, delegato di “Slow Food”, Associazione internazionale no profit, all’insegna del motto “Buono, Pulito e Giusto”, impegnata a ridare valore al cibo, nel rispetto di chi produce, in armonia con ambiente ed ecosistemi;
-      Alberto Gandolfi, ex industriale milanese, titolare in San Marcello dell’Azienda di vino biologico “Filodivino”, che, sin dal suo arrivo nelle Marche durante la crisi economica, si è ispirato al concetto di benessere traendone entusiasmo e qualità nei servizi offerti;
-      la Signora Pascale Marquet, contitolare dell’Agritursmo e Cantina “Tenuta San Marcello”, ha condiviso i sentimenti di responsabilità di un progetto che rispetta la terra che lasciamo in eredità ai figli. Nello stesso tempo, ella si fa portavoce del marito, Massimo Palmieri, secondo cui i produttori locali di Lacrima e Verdicchio intendono proporre all’UNESCO di eleggere “patrimonio dell’umanità” le colline della Vallesina;
-      Guido Perrella, di “Morro d’Alba Experience”, condivide lo spirito che anima il Convegno; la sua è un’Associazione nata con l’intento di far conoscere l’entroterra anconetano e i suoi colori: dal verde delle coltivazioni al marrone delle arature, al giallo e al rosso dei filari di Lacrima e Verdicchio;
-      la Signora Orietta Olivetti, contitolare di “Family Med”, il Centro medico sorto in Casine d’Ostra, secondo cui la vocazione d’essere «specialisti in salute si è ispirata al territorio, ritenendo che il benessere medico, corporale e mentale è uno degli ingredienti della qualità della vita indigena»;
-      Andrea Micari, che arriva da Milano per proporre “EYWA” (nome ispirato alla pellicola “Avatar” di Cameron), un’Associazione di promozione sociale no profit «per alimentare la coscienza» come è nel titolo del seminario che Villa Oasi ospiterà il 15 aprile 2018;
-      la Signora Simona Catalani, Presidente della Fondazione “Istituto Pio Don Maurizio Santi”, Scuola paritaria dell’Infanzia in San Marcello, piccolo gioiello educativo che s’ispira all’ideale del suo fondatore che lasciò tutti i suoi beni per l’educazione femminile e che oggi, in tempo di crisi, dà lavoro stabile alle educatrici che vi operano.
La scarsa possibilità che i Comuni locali hanno di cofinanziare progetti e iniziative per il ben-essere è un problema che è messo in evidenza dall’intervento del Sindaco di San Paolo di Jesi, Sandro Barcaglioni.
A lui, e per dare speranza al progetto di cooperazione tra Comuni voluto dal Convegno in oggetto, risponde Moreno Pieroni, Assessore regionale a Turismo, Cultura e Spettacolo.
Suo invito è «fare rete, tanto nel pubblico quanto nel privato, per presentare in Regione progetti che hanno possibilità concrete di ricevere finanziamenti. Denaro che la Regione ha già disponibile, purché il progetto in discussione sia presentato entro il termine dell’anno corrente».
Pieroni si fa portavoce di speranza, perciò di ottimismo, quando afferma che «privati e pubbliche amministrazioni devono lavorare insieme e condividere le proposte attraverso una rete di Comuni, per una qualificazione della Regione a livello nazionale e internazionale…».

Oreste Mendolìa Gallino

IL VECCHIO DI GÙZELYURT

Gùzelyurt è un grosso villaggio della Cappadocia. È vicino alla famosa valle di Penstrema, una stretta e profonda valle con, al centro, un piccolo torrente, una volta abitata da numerosi monaci ed eremiti. Là ci sono ancora numerose chiese, alcune affrescate, e varie grotte collegate tra loro, che servivano come abitazioni ai santi monaci che, per secoli, vi avevano vissuto.
Ora non c’è più nessuno. Solo qualche raro visitatore arriva fin là, oltre ai ragazzi dei villaggi vicini che vi portano al pascolo le pecore, mentre si divertono a fare il bagno nel fiumiciattolo. È molto faticoso giungervi, anche se ho sentito dire che si pensa di fare una strada per i turisti, ma chissà quando ciò accadrà.
Sostando una volta a Gùzelyurt, non molto tempo fa, per visitare chiese e monasteri di quell’area – tutta la Cappadocia ne è ricchissima –, mi recai un pomeriggio nella parte bassa del villaggio per una visita alla chiesa dedicata a san Gregorio di Nazianzo, uno dei grandi Padri della Cappadocia, nativo di quella zona. Si dice infatti che Gùzelyurt sia da identificare con l’antica città di Karbala, presso la quale, nella sua tenuta di Arianzo, era nato nel 330 san Gregorio, detto «il Teologo», per la finezza e la profondità teologica dei suoi scritti.
Ai piedi di un dirupo, dove ci sono ancora diverse abitazioni troglodite, c’è la chiesa a lui dedicata. Meglio sarebbe dire ex chiesa, perché ora è divenuta una moschea, anche se esteriormente e per buona parte anche all’interno mantiene l’aspetto di una chiesa.
Si dice che la chiesa-moschea sia di origine bizantina, costruita proprio sul luogo in cui aveva la casa paterna Gregorio, che qui si era ritirato negli ultimi anni per scrivere e riflettere sulle cose di Dio, nella pace e nel silenzio della campagna.
Uscito dalla chiesa-moschea, ancora tutta circondata da mura di cinta, mentre mi attardavo a rimirare vecchie case e a godermi il paesaggio, mi si avvicinò un anziano contadino. Dopo alcuni convenevoli, avendo sentito che ero cristiano e venivo da lontano, egli proruppe in un’esclamazione di rammarico: «Anche qui una volta vi erano tanti cristiani. Ci sono ancora le loro chiese. Qui ne hai vista una, ma ce ne sono altre intorno. Che peccato! Li abbiamo cacciati via e molti li abbiamo anche uccisi. Che sbaglio abbiamo fatto! Noi andavamo d’accordo con loro e non avevamo problemi. Sono stati quelli di Ankara – lo ricordo ancora – a suggerirci di ucciderli perché, dicevano, altrimenti i cristiani avrebbero ammazzato noi! Solo dopo anni capimmo che non era vero niente, che ci avevano ingannati».
Mentre parlavamo, giungemmo presso un grosso tronco di legno adagiato ai bordi della strada, e lì ci sedemmo. Non c’era bisogno che facessi domande: quel vecchio signore – avrà avuto ottant’anni – aveva voglia di sfogarsi, sembrava quasi che volesse togliersi un peso dalla coscienza, che cercasse un testimone straniero per raccontare la verità dei fatti e liberarsi così da menzogne sentite e raccontate per anni.
Sulla Turchia in quel periodo stava soffiando un’aria di libertà e democrazia, e forse gli era parso il momento giusto per confidarsi senza remore. In ogni caso, per non correre rischi, lo faceva con uno straniero. Il vecchio riprese così il suo racconto.
«Me lo ricordo ancora bene. Un giorno arrivarono due politici da Ankara, eravamo attorno al 1920-’22. Essi convocarono in luogo segreto i più ragguardevoli capifamiglia musulmani. Andai anch’io: avrò avuto una quarantina d’anni.
“Abbiamo saputo”, ci dissero, “che tutti i cristiani si sono messi d’accordo per uccidere i musulmani e occupare le loro case e le loro terre, chiamando poi in aiuto i francesi e i greci per impossessarsi di questa regione. Voi perciò dovete agire subito e precederli, uccidendo i cristiani e occupando le loro terre. Noi vi faremo arrivare le armi e gruppi armati per aiutarvi”.
Tutti ascoltammo esterrefatti, ma nessuno osò mettere in discussione gli ordini dei capi di Ankara, credemmo alla loro parola. Erano anni turbolenti e di guerra, perciò ci preparammo. Dopo pochi giorni giunsero le armi, e bande armate si portarono in Cappadocia. Poi arrivò l’ordine: “Questa notte si agisce”. E fu una carneficina. Ho ancora negli occhi scene strazianti. Non si badava a niente e a nessuno: donne, vecchi e bambini. Molti furono uccisi, altri cacciati dalle loro case e incolonnati come prigionieri verso non so dove, sotto il controllo delle bande armate. Noi avevamo creduto a quello che ci avevano detto i due capi di Ankara», aggiunse con fare lamentoso, quasi a scusarsi.
«Soltanto dopo anni capimmo che era stata una mossa politica, la chiamavano “turchizzazione dell’Anatolia”. Nessun cristiano voleva ucciderci, erano solo problemi politici di contrasto con la Grecia e le potenze occidentali. Che sbaglio abbiamo fatto!». E mentre lo diceva, mi pareva sinceramente pentito. Era un grido quasi accorato: «Che sbaglio!».
Lo guardavo in silenzio, e intanto riflettevo su altri eccidi simili di cui avevo sentito parlare, sempre con molta discrezione, perché degli armeni, ad esempio, era persino proibito pronunciare il nome.
«Ogni volta che penso a quella strage», riprese il vecchio, «provo una profonda vergogna; era tutta brava gente, lavoratori e amici nostri. Per secoli avevamo vissuto nello stesso villaggio, senza problemi. Anzi in tante cose erano migliori di noi. I loro artigiani erano molto bravi. Costruivano le nostre case e sapevano intagliare la pietra in modo meraviglioso. Ci si aiutava a vicenda. La politica! Che serpente velenoso è la politica, porta odio e morte persino tra amici e vicini di casa. Che sbaglio abbiamo fatto!».
Ero commosso a sentire questo anziano signore che davanti a me, un forestiero di passaggio, confessava questa colpa sua e del suo popolo con tanto rammarico.
«Però», riprese, «una famiglia di cristiani sono riuscito a salvarla. E ciò dà un po’ di conforto al mio dolore. Erano miei vicini di casa, ci conoscevamo bene ed eravamo amici. I nostri figli giocavano insieme, alle feste cristiane ci invitavano a pranzo da loro e noi ricambiavamo per le feste islamiche. Quando avevamo bisogno, ci davano una mano, così come facevamo noi con loro. Come potevo pensare che persone simili fossero determinate a ucciderci? E neppure io potevo uccidere loro. Però altri, di sicuro, l’avrebbero fatto, altri che non li conoscevano.
Dopo quell’incontro con i politici di Ankara cercai di avvertirli. “Fuggite, presto, perché vi vogliono uccidere. Andate lontano, da parenti e amici”. Non mi ascoltarono perché non c’era ragione per temere: la loro famiglia era lì da secoli ed erano sempre stati sudditi leali del governo turco.
Io di più non potevo dire per non essere accusato di tradimento, altrimenti avrebbero ammazzato anche me.
In quella notte nefasta cominciò l’eccidio nella città alta. Quando se ne sparse la voce, insieme alle grida dei disperati che venivano trovati e imprigionati o uccisi, subito chiamai i miei vicini cristiani e li nascosi in casa mia.
Fu una notte terribile. Arrivarono i soldati a chiedere dov’era quella famiglia cristiana di cui erano stati informati. “Sono andati presso dei parenti a Urgùp”, risposi prontamente. “Bene, a Urgup li troveranno i nostri colleghi. Su, datti da fare per cacciare questi cani di infedeli”, aggiunsero, come a rimproverarmi perché ero ancora in casa in quella notte fatale.
“Vi raggiungo subito”, dissi. “Andate pure avanti”.
Per fortuna c’era una tale confusione che nessuno ci capiva più niente. I soldati proseguirono, e io caricai i miei amici su un carro, li coprii con un po’ di fieno e mi misi in viaggio per stradine che solo noi conoscevamo, girando per carraie tra campo e campo. Arrivammo quasi all’alba su un alto passo che immette nella valle di Nigde e ci rifugiammo tra le rovine di una vecchia chiesa, chiamata “chiesa rossa” Lasciammo trascorrere il giorno. Io facevo la guardia, fingendo di far riposare e pascolare i due cavalli da tiro del carretto, mentre i miei amici si erano nascosti in una buca dentro la chiesa. Non venne nessuno. All’imbrunire riprendemmo la strada scendendo dall’altra parte, sino a raggiungere la grande strada che da Nigde va verso Tarso e Mersin. In pratica porta in Cilicia, dove c’erano ancora i francesi. Poco prima del confine li lasciai.
“Là sarete tranquilli”, li rassicurai. Presi quindi un cavallo per me lasciando a loro il carretto e l’altro cavallo. “Devo tornare indietro subito”, dissi loro, “perché sono preoccupato per la mia famiglia con tutti i massacri e le ruberie in corso. Arrivederci, e che Dio vi accompagni!”. Ci abbracciammo calorosamente mentre non cessavano di ringraziarmi. Poi d’un balzo fui sul mio cavallo e ripresi la via del ritorno. Si allontanarono verso sud e, voltandomi, li vidi scomparire dietro una curva. Da allora non ci incontrammo più e non seppi che fine avevano fatto.
Un paio di anni fa, però, arrivarono a casa mia due giovanottoni sui trentacinque, quarant’anni. “Siamo i figli di Yusuf, il tuo amico che salvasti trent’anni fa. Lui è morto, ma ha voluto, prima di morire, che gli promettessimo di venire a trovarti per riportarti questa giacca ed esprimerti ancora il suo ringraziamento. Se siamo qui, oggi, lo dobbiamo a te. Allora eravamo piccoli, troppo piccoli per capire, ma nostro padre ci ha raccontato tutto”. Era la giacca che gli avevo dato quella notte per coprirsi dal freddo, perché nella fretta della fuga i miei amici cristiani erano scappati seminudi, in abbigliamento da notte.
Abbracciai i due e piansi con loro, ricordando quella tragica notte. Li trattenni in casa mia per un paio di giorni, rivivendo con loro l’antica amicizia. Poi se ne andarono».
Il vecchio rimase a lungo in silenzio, mentre io ripensavo alla storia ascoltata. Infine si alzò e riprese la sua strada, facendomi con la mano un cenno di saluto.
«Che sbaglio abbiamo fatto, che sbaglio!», continuò a ripetere mentre si allontanava, inerpicandosi su un sentiero del villaggio.

(Trascrizione a cura di Oreste Mendolìa Gallino)


martedì 30 agosto 2016

NUOVA VITA PER L'EX CONVENTO DEI PASSIONISTI DI MONTELATIERE

Quali prospettive poteva avere il Convento di Montelatiere, quello detto “dei Passionisti”?
Certo non positive, stante il suo abbandono che si è protratto per quasi vent’anni…
A salvarlo dall’anticamera del completo degrado ci ha pensato un uomo coraggioso e intraprendente qual è il sindaco di San Marcello, Pietro Rotoloni.
Già si sapeva, la voce era passata da bocca in bocca…
C’è sindaco e sindaco… Panem et circenses, diceva quel buontempone di Giovenale
Infatti, ci sono pure quelli che mutano il destino di un territorio con il loro genio creativo, soprattutto con un amore autentico e disinteressato per la terra dove sono nati e vissuti.
Vedi Rotoloni, appunto.
«Il Convento di Montelatiere – scrive Rotoloni – non era né opportuno né dignitoso» che si depauperasse ogni giorno e che terminasse per sempre di essere «da oltre un secolo, uno dei luoghi di San Marcello più carichi di storia, di spiritualità e di fascino particolare…».
Quella dignità, il primo Cittadino la ha restituita adoperandosi con coraggio e determinazione per acquistarlo e per individuarne «un utilizzo e una finalità d’ordine sociale».
Villa Oasi, questo è il nome del nuovo complesso sanitario che sostituirà il Convento, atto ad alloggiare pazienti affetti da disturbi alimentari (anoressia e bulimia). Sarà pressoché l’unico in Italia Centro-Sud, e si aggiungerà a quelli già esistenti in Bologna e suo territorio.
«Tutta la progettazione e la riqualificazione degli ambienti hanno tenuto presenti questa finalità, non solo di cura specializzata ma anche di riabilitazione, con la possibilità di apertura e d’interazione con l’esterno».
I lavori di restauro della chiesa destinata anche a teatro-auditorium con i locali annessi sono stati ultimati. Altri lavori comprendono una struttura residenziale riabilitativa inizialmente di soli 20 posti-letto autorizzati dalla Regione; cui si aggiungerà un nucleo residenziale distaccato, ove alloggiare fino a 60 persone per famigliari e per gli stessi ospiti e, soprattutto, per ospitare pazienti d’età pediatrica e i loro genitori.
Il sindaco Rotoloni mi riferiva poco tempo fa che Autostrade per l’Italia ha assunto l’impegno formale di piantumare centinaia di querce nel terreno circostante, per adibirlo a parco. Un modo “onorevole” per ripagare il nostro territorio del sacrificio di centinaia di ettari di verde reso necessario per la realizzazione della terza corsia della A14…
Attingo molte preziose informazioni dalla splendida pubblicazione editoriale che il sindaco Rotoloni ha affidato alla stesura del valente Collega Riccardo Ceccarelli, Il Convento di Montelatiere. Storia e prospettive.
Questo prezioso volume è stato presentato in occasione della festa che si è tenuta presso l’ex Convento il 21 agosto scorso, nella quale il progetto, in particolare i lavori già realizzati, è stato illustrato ai numerosissimi ospiti che sono accorsi, felici di riappropriarsi delle loro tradizioni.
La Messa è stata presieduta dal Vescovo Rocconi.
Al termine della serata, il sassofonista Mondelci e il Quintetto Postacchini, formato da Solisti dell’Orchestra da Camera delle Marche, hanno intrattenuto il pubblico con uno splendido concerto di musiche da Alessandro Marcello fino ad Astor Piazzolla.
Chi legge questa cronaca ha la (legittima) curiosità di sapere dove e in quale modo il sindaco Rotoloni ha “trovato” il fiume di denaro che gli è occorso (e gli occorrerà) per realizzare questo meraviglioso progetto.
Denaro pubblico, fondi richiesti (e ottenuti) dalla Comunità Europea! Facile a dirsi…
Tuttavia, basta essere lungimiranti e determinati come Rotoloni e lavorare per il bene della comunità, anche con cipiglio profetico, ma con un occhio attento alle necessità dei più deboli. E perché no?, anche con talento imprenditoriale.
Forse che non abbiamo già capito che il territorio della Vallesina sarà notevolmente trasformato da questa nuova realtà? Indotto e posti di lavoro, per dare vita a un servizio sociale che sposa il primo dei sette Princìpi di Croce Rossa, l’Umanità, cioè prendersi cura della fragilità umana.

Oreste Mendolìa Gallino

venerdì 1 aprile 2016

RICETTE DEL CUORE

Propongo la lettura di un libro di cucina e mi ricordo di Papa Francesco nella sua Esortazione apostolica Evangelii Gaudium: «Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (53).
Il libro è “Le nuove ricette del cuore”, a cura di Carla Sacchi Ferrero. Blu edizioni. € 10,00: una simphonia di odori e sapori di altri tempi, in cui 25 Autori, ciascuno con propria ricetta, propongono ricordi importanti della loro infanzia, oltre la foto di quand’erano piccini...
Un libro di “cucina ecumenica” giacché questi personaggi appartengono a varie Regioni nazionali e altri Paesi del mondo.
Un progetto editoriale che punzecchia uno dei tanti talloni di Achille della nostra società: lo spreco e la diseguaglianza, “inequità” sociale, come la definisce Papa Francesco.
Non dimentico che viviamo l’Anno giubilare della Misericordia. Misericordia che non è soltanto “perdonare” ma accoglimento dell’altro come tessera dell’enorme puzzle che è l’Umanità in cammino verso la Cristificazione dell’Universo.
Un libro la cui vendita “alimenta” le attività di recupero e di redistribuzione del cibo della Fondazione Banco Alimentare Onlus, «che con la collaborazione di un piccolo esercito di volontari raccoglie e distribuisce migliaia di tonnellate di eccedenze alimentari a chi ne ha bisogno in tutta l’Italia. Chi non conosce, per esempio, la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare?».
Tra questi Autori ci sono nomi grossi: Alberto Bevilacqua e lo stracotto parmense che riuscirà bene alla zia Maria perché glielo hanno detto i tarocchi; poi c’è il padre del Commissario Montalbano che propone la “munnizza” siciliana di Elvira, detta materfamilias: una sorta di «panettone variopinto» che l’anziana nonna di Camilleri portò “coraggiosamente” sulla tavola dopo l’ammutinamento della famiglia che – seppure in pieno secondo conflitto mondiale – «si scatenò al grido: “Basta verdura!”».
Si uniscono alla schiera dei ricordi Sergio Chiamparino e Cristina Comencini, il defunto Faletti ed Elena Loewenthal, Folco Quilici, Lidia Ravera e molti altri.
Sono ricordi lontani ma li sentiamo vicini, in mezzo a noi, grazie al linguaggio da focolare che gli Autori usano liberandosi della fama che li ha resi quasi inavvicinabili.
Personalmente lo raccomando per una lettura quasi “terapeutica”, dell’animo, naturalmente.
Perciò, la posologia che suggerisco è: una ricetta il giorno.
Per togliere le cose inutili d’intorno.
E riappropriarci dei valori della famiglia che si ritrova attorno a una tavola per rinsaldare i legami e le tradizioni in pericolo di estinzione…

Oreste Mendolìa Gallino

giovedì 31 marzo 2016

CRONO-STORIA DI UN SECOLO DI VITA MONSANESE

Il Palio di San Vincenzo di Monsano, la manifestazione folckloristica più antica e longeva della Vallesina, quest’anno celebra la 43a edizione.
La Pro-Loco locale, che organizza e gestisce la manifestazione insieme all’Amministrazione comunale, ha in programma la cooperazione nella promozione editoriale di una pubblicazione storica che proporrà ai Cittadini residenti, anche con il cosiddetto “porta-a-porta”.
L’idea è nata dal Parroco storico del Comune alle porte di Jesi, Don Savino Capogrossi, oggi a riposo, per alcuni decenni a capo della comunità religiosa che fa riferimento alle quattro chiese locali, San Pietro, SS. Sacramento, Santa Maria fuor di Monsano e Aroli.
Nella sua compilazione, collaboratore autorevole e infaticabile di Don Savino è stato il Geom. Stefano Fabrizi, che possiede migliaia di reperti storici fotografici e documentali della storia monsanese.
Il libro in questione, curato da chi firma quest’articolo, nella veste di autore del progetto grafico ed Editore, s’intitola: Piccola crono-storia di un secolo di vita della Comunità di Monsano. Rivalutiamo il passato per affrontare meglio il futuro.
«Per me – dice Don Savino – un block notes è stato sempre un insieme di fogli di carta su cui prendere appunti, per copiare, abbozzare programmi, schizzare disegni...
Fogli che mi sono serviti, forse, anche per costruire barchette e aereoplanini di carta... come dire sogni impossibili. Alla fine è restato nel cassetto un pro-memoria che, insieme ad altra “cronaca”, quella dei Parroci che mi hanno preceduto, è questo “libretto” che oggi viene pubblicato, con il nome di Piccola crono-storia...
Mi auguro che venga letto, magari solo per curiosità, soprattutto dai “nuovi” cittadini,  perché anch’essi – conoscendo la storia e le tradizioni locali – possano apprezzarle e rispettarle. I numeri della memoria possono essere descritti; il cuore e le sue opere sono nel ricordo degli uomini e nelle mani di Dio».
L’agile volumetto, di sole 60 pagine, è il numero “zero” della Collana Musianum. Il logo di questa interessante Collana (che già prevede pubblicazioni annue almeno fino al 2024!) è rappresentato dal dipinto della “Danza di Apollo con le Muse”, di Giulio Romano (Firenze, Palazzo Pitti - Galleria Palatina), inscritto in una ghirlanda di alloro; esso vuole descrivere la nascita dell’antica denominazione di Monsano e le sue lontane origini, come riportato, in passato, dagli storici: “...il Lauritum sacro ad Apollo (da cui l’Arola o Santa Maria degli Aroli) e la Contrada Musianum, o bosco sacro alla Muse, intrecciano la loro storia. Insomma il Lauritum e il Musianum si fanno luce a vicenda“ (cfr. Annibaldi Giovanni, sen, L’Arola o Santa Maria degli Aroli, Chiaravalle, 1887, pag. 84, nota 21).
«L’identità collettiva di una Comunità e la sua cementificazione – così nella Presentazione del libro – in poche parole il suo destino, stanno nel dialogo che essa riesce a stabilire con la diversità, soprattutto in una società multietnica, multiculturale e globalizzata com’è quella del Terzo Millennio. L’alterità, infatti, è sempre e comunque un’occasione di confronto e di arricchimento reciproco. Essa va vissuta con spirito di cooperazione e di mediazione, nella solidarietà autentica e schietta che dev’esserci tra le parti che sono chiamate a dialogare tra loro. Lo scambio è sempre un dono, un incontro tra due realtà, spesso tra due culture che, anche se molto diverse, devono imparare a interagire per il ben-essere comune e hanno tutto l’interesse per farlo senza discriminazioni».
L’augurio del Curatore dell’opera è che una Comunità, senza rinnegare le proprie tradizioni, costruisce il proprio futuro «sulla forza di persuasione che hanno i giovani e i loro ideali, nella comunione e nel dialogo continui con l’alterità, di cui i giovani – appunto – sono sempre stati i campioni...».

Oreste Mendolìa Gallino

martedì 13 ottobre 2015

IL CAMMINO DEVOZIONALE

Un proverbio keniota recita: “Se vuoi arrivare primo, corri da solo. Se vuoi andare lontano, cammina insieme con altri”. Non è un caso che siano i kenioti a vincere le maratone; pare che dipenda dall’architettura del corpo della razza nera: caratteristica fisica che la razza bianca, ahimè, non ha (ve lo dice uno che di corsa se ne intende...). Bene: loro si tengano le maratone, noi ci coccoliamo la tradizione secolare dei “cammini”.
Sapevate che il 2016 è l’Anno dei cammini? Preludio a un possibile, ancora più intrigante, Anno europeo dei cammini? L’attenzione ai cammini storici, a tutti i cammini storici italiani, e la consapevolezza del ruolo determinante che essi possono svolgere per lo sviluppo sostenibile del nostro Paese e per la tutela del nostro patrimonio culturale e ambientale e del nostro benEssere: sono queste le riflessioni promosse dalla rete dei cammini anche in occasione dell’expo, dove la rete è presente, ospite dell’Associazione nocetum onlus di Milano, presso la Cascina Triulza, il settore di expo dedicato alla Società Civile e al Terzo Settore.
Mi càpita sulla scrivania, perciò come il cacio sui maccheroni, un interessante libro edito da Marcianum Press, titolato il cammino devozionale di san rocco in italia. Storia, arte e tradizione. Sono gli atti del convegno tenutosi nella Scuola Grande di san Rocco in Venezia nel 2013 e solo oggi dati alle stampe.
Certo, la domanda è legittima: che cosa ci azzecca san Rocco con i cammini devozionali? Durante l’omelia pronunciata nella Messa conclusiva di quel convegno, il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, diceva che «Il pellegrinaggio ha radicalmente caratterizzato e plasmato la vita di san Rocco... La sua è stata una vita movimentata, pienamente offerta al Signore come fu per gli antichi profeti biblici. L’iconografia raffigura san Rocco come uno di questi antichi profeti, con l’abbigliamento proprio del pellegrino: cappello a falda larga per proteggersi dalla pioggia gelida e dal sole, col mantello a mezza gamba – il tradizionale sanrocchino – e, in mano, il lungo bastone, con legata la zucca per l’acqua e, appesa al collo, la conchiglia per bere lungo il cammino alle polle sorgive».
Non so se san Rocco conoscesse il proverbio keniota; tuttavia, nella sua vita peregrinante egli è andato lontano perché ha camminato con “altri”, infatti, «essere stato un pellegrino – continua Moraglia – ha indubbiamente arricchito la sua umanità e da credente ha potenziato la sua sensibilità trasformandola nella volontà di dedicarsi agli altri secondo l’insegnamento di Gesù». Essere pellegrino come san Rocco, dunque, è un esempio d’impegno nella carità, nella consapevolezza che il cristiano vive il cammino terreno nella dedizione alla cura del prossimo, una vera e propria DeImitazione Christi.
Non è un caso che quel testo religioso diffuso di tutta la Letteratura cristiana occidentale, secondo solo alla Bibbia, esordisca con le parole: “Chi segue me non cammina nelle tenebre” (Gv 8,12). Il cammino, il camminare, dunque: vocazione del cristiano all’alterità, un po’ come Rocco, Santo francese, per di più laico, «privo del carisma connesso con un voto o una ordinazione», come se la dedizione gratuita al prossimo non possa essere anche un carisma del laicato...
Sfoglio un libretto d’itinerari dello spirito: «[...] la figura del pellegrino ha da sempre affascinato storici e scrittori: il vero pellegrino è una persona veramente libera; il vero pellegrino, come anche il santo, ha davanti a sé un orizzonte che va al di là di ciò che può cogliere con il semplice sguardo; il vero pellegrino ha davanti a sé una strada per diventare santo».
Come san Rocco, siamo pellegrini e stranieri sulla terra: ce lo ricordano pure le Sacre Scritture (1 Pt 2,11; Eb 11,13): siamo solo di passaggio, in prestito.
Qualunque cammino facciamo su questa terra è pervaso dalla nostalgia che abbiamo della nostra vera patria, della nostra meta che è l’Eternità.
San Rocco o qualunque cammino itinerante in fondo rappresentano il nostro vero e autentico pellegrinaggio verso la Gerusalemme Celeste, quando – per dirla come Teilhard de Chardin – l’Umanità convergerà nel Punto Omega, il centro della cristificazione dell’Universo.

Oreste Mendolìa Gallino