La Teologia della Tenerezza, di
cui ho già parlato nelle pagine di questo giornale, ha come premessa l’antropologia
della tenerezza, in cui si mette in luce un’attitudine inscritta nella natura
umana, che evoca l’idea di morbidezza, assenza di durezza e di rigidità. Tenerum deriva dal verbo tendere, che significa estendersi verso, proiettarsi. Risultato della tenerezza è, infatti, una disponibilità
a priori verso relazioni positive, bene-volenti, attraverso le quali l’alterità
si sente accettata, bene-voluta.
Sgombriamo subito il campo dall’assunto
errato che tenerezza sta a femminilità,
cioè che ne sia sinonimo. Certo è che la mitologia sessantottina non ha zittito
tanti luoghi comuni e consuetudini; così è che fino alla metà del secolo scorso
esistevano i cosiddetti ruoli di genere
e, per estensione, i sentimenti di genere.
Un po’ come dire che il maschile non può
provare tenerezza, perché essa attiene all’universo femminile.
Da un luogo comune all’altro,
anche nella riflessione teologica si è fatto strada (senza grande successo) il
tentativo di “smontare” il maschilismo
di Dio, cosicché la Chiesa si presenta al mondo come il sacramento della tenerezza di Dio, di un Dio di bontà e di grazia con
una chiara identità femminile.
Sono passati quasi quarant’anni
ma le parole di Giovanni Paolo I (papa Luciani), che hanno fatto sobbalzare
molti Padri conciliari, restano un ricordo vivido: «Noi siamo oggetto, da parte di Dio, di un amore
intramontabile; egli è papà, più ancora, è madre» (10 settembre 1978). Lo
scalpore dipendeva dal fatto che il filone “maschile”, reputato istituzionale
nel Cristianesimo, doveva “fare i conti” con quello “femminile” non
alternativo, sicuramente di secolare tradizione. Si sa: la società maschilista,
cui la Chiesa non ha mai smesso di strizzare l’occhio, non poteva tollerare una
siffatta ingerenza.
È
molto probabile che Papa Luciani conoscesse bene la mistica cristiana, in
particolare quella del Medioevo e del Rinascimento [cfr. la mistica renana di
Meister Eckhart (XIV sec.) e tra gli altri, in seguito, Teresa d’Avila e
Giovanni della Croce], perché se da una parte quell’espressione non fu coniata
da lui, dall’altra egli intendeva dire che il Vangelo della tenerezza è “norma
normans” della Chiesa, che la tenerezza è “soffio dello Spirito” sulla Chiesa e
“mistero nuziale” della Storia della Salvezza, perciò storia dell’umanità.
Perciò,
bene ha fatto Antonella Lumini nel suo libro “Dio è Madre, l’altra faccia dell’amore”,
a presentare lo Spirito Santo come madre, in un cammino interiore illuminato
dal femminino e coniugato al femminile. Si tratta di un percorso spirituale in
sette tappe, in cui l’Autrice pone l’accento sull’aspetto materno della Trinità,
Amore che si effonde nel Creato. Poiché «la Madre non si stanca mai di amare»
(pag. 39), una Teologia al femminile non può che disegnare la parabola di un
amore infinito che consola e che cura incessantemente, con la tenerezza che è
propria di un Dio trinitario “ermafrodito”.
Sempre
pronto ad accogliere e a sostenere, Dio è comunque conciliante, mai giudicante.
Per disegnare
i tratti di quest’Amore m’ispiro sempre volentieri al dipinto di Rembrandt
intitolato Il ritorno del figlio prodigo
(1669, Ermitage, San Pietroburgo): perché mai quel vecchio canuto e curvo di vecchiezza,
sulle spalle del figlio prostrato ai suoi piedi, deve poggiare due mani in cui
la sinistra è maschile e la destra è femminile? Forse perché Rembrandt vuole
dirci che una riflessione sull’Amore tenero di un Dio che è Madre l’ha fatta
pure lui...

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