martedì 13 ottobre 2015

DIO È MADRE

La Teologia della Tenerezza, di cui ho già parlato nelle pagine di questo giornale, ha come premessa l’antropologia della tenerezza, in cui si mette in luce un’attitudine inscritta nella natura umana, che evoca l’idea di morbidezza, assenza di durezza e di rigidità. Tenerum deriva dal verbo tendere, che significa estendersi verso, proiettarsi. Risultato della tenerezza è, infatti, una disponibilità a priori verso relazioni positive, bene-volenti, attraverso le quali l’alterità si sente accettata, bene-voluta.
Sgombriamo subito il campo dall’assunto errato che tenerezza sta a femminilità, cioè che ne sia sinonimo. Certo è che la mitologia sessantottina non ha zittito tanti luoghi comuni e consuetudini; così è che fino alla metà del secolo scorso esistevano i cosiddetti ruoli di genere e, per estensione, i sentimenti di genere. Un po’ come dire che il maschile non può provare tenerezza, perché essa attiene all’universo femminile.
Da un luogo comune all’altro, anche nella riflessione teologica si è fatto strada (senza grande successo) il tentativo di “smontare” il maschilismo di Dio, cosicché la Chiesa si presenta al mondo come il sacramento della tenerezza di Dio, di un Dio di bontà e di grazia con una chiara identità femminile.
Sono passati quasi quarant’anni ma le parole di Giovanni Paolo I (papa Luciani), che hanno fatto sobbalzare molti Padri conciliari, restano un ricordo vivido: «Noi siamo oggetto, da parte di Dio, di un amore intramontabile; egli è papà, più ancora, è madre» (10 settembre 1978). Lo scalpore dipendeva dal fatto che il filone “maschile”, reputato istituzionale nel Cristianesimo, doveva “fare i conti” con quello “femminile” non alternativo, sicuramente di secolare tradizione. Si sa: la società maschilista, cui la Chiesa non ha mai smesso di strizzare l’occhio, non poteva tollerare una siffatta ingerenza.
È molto probabile che Papa Luciani conoscesse bene la mistica cristiana, in particolare quella del Medioevo e del Rinascimento [cfr. la mistica renana di Meister Eckhart (XIV sec.) e tra gli altri, in seguito, Teresa d’Avila e Giovanni della Croce], perché se da una parte quell’espressione non fu coniata da lui, dall’altra egli intendeva dire che il Vangelo della tenerezza è “norma normans” della Chiesa, che la tenerezza è “soffio dello Spirito” sulla Chiesa e “mistero nuziale” della Storia della Salvezza, perciò storia dell’umanità.
Perciò, bene ha fatto Antonella Lumini nel suo libro “Dio è Madre, l’altra faccia dell’amore”, a presentare lo Spirito Santo come madre, in un cammino interiore illuminato dal femminino e coniugato al femminile. Si tratta di un percorso spirituale in sette tappe, in cui l’Autrice pone l’accento sull’aspetto materno della Trinità, Amore che si effonde nel Creato. Poiché «la Madre non si stanca mai di amare» (pag. 39), una Teologia al femminile non può che disegnare la parabola di un amore infinito che consola e che cura incessantemente, con la tenerezza che è propria di un Dio trinitario “ermafrodito”.
Sempre pronto ad accogliere e a sostenere, Dio è comunque conciliante, mai giudicante.
Per disegnare i tratti di quest’Amore m’ispiro sempre volentieri al dipinto di Rembrandt intitolato Il ritorno del figlio prodigo (1669, Ermitage, San Pietroburgo): perché mai quel vecchio canuto e curvo di vecchiezza, sulle spalle del figlio prostrato ai suoi piedi, deve poggiare due mani in cui la sinistra è maschile e la destra è femminile? Forse perché Rembrandt vuole dirci che una riflessione sull’Amore tenero di un Dio che è Madre l’ha fatta pure lui...

Oreste Mendolìa Gallino

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