I post-it
te li trovi dappertutto: c’è chi li appiccica sullo schermo del computer o
sulla porta del frigoriero, chi non ne può fare a meno per non dimenticare un
appuntamento. Piccoli pezzi adesivi di carta colorata, sono il costante allarme
a ricordare qualcosa e, quando il caso lo esige, a rifletterci sopra.
I post-it di Gabriele Gabrielli sono multi
uso ma il tema che li accomuna è il lavoro o, meglio, una proposta per
riflettere sul lavoro, soprattutto in un’epoca come questa. Con la prefazione
di Pier Luigi Celli, “Post-it per ripensare il lavoro. Quando il valore non è solo
quello che si conta” è il nuovo libro del professor Gabrielli, collaboratore di
Voce della Vallesina, cittadino
onorario di Rosora ma, più d’ogni altra cosa, grande esperto su ciò che scrive,
poiché è docente di Organizzazione e Gestione delle Risorse umane e di Sistemi
di remunerazione e gestione delle risorse umane presso il Dipartimento di
Impresa e Management della LUISS Guido Carli.
Il sottotitolo è già
tutto un programma, una sfida a pensare che il lavoro non debba essere soltanto
proteso al raggiungimento dell’utile, alla gestione del denaro che si conta, ma che ciò che conta è ben altro.
Più di ottanta articoli
(in parte comparsi su Voce dal 2008
al 2009): alcuni ripropongono frammenti della discussione in atto per cercare
spazi di convivenza per l’economia di mercato e per quella del dono; altri ci
ricordano la natura ospitale del mondo che ci accoglie, sottolineando la
ricchezza che la diversità rappresenta per una società aperta e molteplice.
Scrive l’Autore: «Quando
l’economia, anziché essere a servizio dell’umanità, è asservita ad altro, ne sperimentiamo
i limiti e il male. Rimaniamo intrappolati in una sorta di incubo, schiacciati
dalle logiche che lasciano spazio solo a una visione dell’uomo senza respiro e
senza anima».
Non mancano i
riferimenti all’enciclica sociale di Benedetto XVI Caritas in veritate, secondo cui «l’economia e l’organizzazione del
lavoro non possono fare a meno di una visione trascendente della persona»,
perché altrimenti si corre il rischio «d’incrementare soltanto l’avere» Poi, la
proposta coraggiosa: «C’è bisogno di maggiore incisività per andare “oltre” la
logica del “dare per avere”, propria del mercato, e quella del “dare per dovere”
propria dei comportamenti imposti dallo Stato».
La tesi,
affascinante, è che «gli affanni di quest’epoca ci stanno aiutando a ritrovare
il senso delle cose e a comprendere quello che dovrebbe essere un’economia al
servizio dell’umanità».
L’Autore va senza
esitazione al nucleo del malessere ormai diffuso che si traduce nella domanda: “Perché
siamo in crisi?”, cui segue la risposta: “Perché abbiamo creato un’economia
solo in funzione del guadagno, dimenticandoci della Persona umana e della sua
dimensione trascendente”.
Ecco come stanno le
cose: alla fretta di raggiungere compulsivamente il profitto sta la leggerezza
con la quale dimentichiamo che il lavoro contribuisce a completare la Creazione
del mondo, come alla lentezza sta la possibilità di riflettere sui valori che
abbiamo trascurato strada facendo.
Ben venga, dunque,
la crisi, se essa c’impone di mettere in discussione il nostro modo di vivere,
se ci stimola ad accorgerci che il multiculturalismo ci sta chiedendo ormai da
trent’anni di lasciare spazio alla diversità e di ascoltarne le proposte che
possono collaborare alla crescita comune.
Gabrielli non ci
risparmia gli inevitabili richiami all’etica e della formazione della Persona: «La
principale lezione che i fatti che ci stanno capitando addosso ci offre è
quella di un forte richiamo a invertire la rotta. Gli scandali, la caduta dei
miti ci dicono che è più importante l’“essere” che l’“apparire”». Una tesi che
ha l’eco delle teorie di Erich Fromm (cfr. Avere
o Essere?) e di Viktor Frankl (cfr. Alla
ricerca di un significato della vita).
Ventidue Euro ben
spesi: per riflettere su valori etici, morali, economici, politici e sociali che
salvano l’equilibrio della convivenza umana e che riconsegnano la dignità che
spetta al dono, al volontariato e all’accoglienza del prossimo.
Oreste
Mendolìa Gallino

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