Il linguaggio è originale ma la
competenza è provata.
La domanda di Sgarbi è: qual è
(se c’è…) l’ombra del Divino nell’arte
contemporanea?
Cui seguono altre: in che modo
gli artisti contemporanei percepiscono il rapporto col Divino? Da dove nasce la
difficoltà di rappresentare oggi i temi della Cristianità, che per secoli sono
stati la prima fonte d’ispirazione artistica?
Il problema è che oggi c’è un’oggettiva
“difficoltà di rappresentare” il Divino nell’arte che, per secoli, si è
inzuppata di senso religioso.
Deutinger scriveva: «Il fatto
che la divinità si fosse rivelata all’uomo, non solo in modo naturale obiettivo
ma in forma soggettivo-oggettiva, come amore personale, condizionava ora
necessariamente un nuovo sviluppo dell’arte» (Estetica). Ecco il nucleo del problema: l’arte, il suo sviluppo e
la sua ricerca, è condizionata dalla consapevolezza dell’uomo, dell’artista, di
essere stato redento e, come tale, capace di esprimere gratitudine a Dio.
Sgarbi propone un sillogismo concreto:
il Divino nell’arte contemporanea è insufficiente perché lo è pure nella società.
L’arte mostra questa carenza ed è lo specchio del diffuso a-teismo o, al meglio, dell’inequivocabile scollamento del Divino dalla
realtà.
In particolare nell’architettura
religiosa, Sgarbi rileva che le testimonianze contemporanee appaiono spesso
dissonanti rispetto a quelle antiche, perché «stabiliscono un’interruzione, uno
iato, rispetto all’armonia che nei secoli precedenti è stata rispettata nelle
quote, nelle misure, nelle proporzioni».
Se il cardinal Ravasi auspica
che “arte e fede devono tornare a dialogare”, Sgarbi sostiene che «Nel Novecento,
il tema del sacro lentamente si dissolve e le tipologie architettoniche
realizzate sono in gran parte fallimentari, perché frutto di un distacco fra l’idea
religiosa, o i temi della fede in Dio, e la creazione che è indirizzata verso
la mortificazione dell’uomo o la convinzione di una crisi dell’uomo che
implica, addirittura, l’eliminazione della sua presenza» nell’arte. «Questo mi
fa pensare – continua l’Autore – a una relazione immediata tra la perdita
della centralità dell’uomo in generale, la perdita della centralità della persona
con riferimento alla visione religiosa e la perdita dello spazio architettonico
inteso come volta celeste». Morti Tiepolo (1770) e il Canaletto, le volte e le
cupole delle chiese smettono d’essere decorate, finché prendiamo atto che «l’Ottocento
e il Novecento sono profondamente laici e lontani dalla conquista del cielo,
perché il cielo è (ormai) perduto».
Ma se il cielo è diventato nostalgia,
chi e che cosa è l’artista? «Non è uno sciamano, il suo problema non è essere
strumento di Dio; egli non è mediatore di qualcosa, ma è Dio stesso. L’artista è
Dio stesso perché manifesta la divinità immanente che cammina per strada.
Quando si vede un artista, si avverte che in lui c’è qualcosa di divino, forse
una porzione soltanto. Il compito dell’artista, quindi, anche ateo, non è trasmettere
qualcosa o esserne il medium, anche
se di fatto egli lo è…» ma essere la mano del Divino, realizzando così «l’unica
possibile» condizione privilegiata per «ripensare al Divino come impulso vitale
per l’arte contemporanea, punto di partenza e suo compimento».
A
chi volesse approfondire questi argomenti, che sono pure motivo di riflessione
personale nei confronti della fede, suggerisco il libro pubblicato da
Cantagalli, un editore molto impegnato nella divulgazione e nel dibattito di
temi religiosi.
Oreste
Mendolìa Gallino

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