martedì 13 ottobre 2015

L'OMBRA DEL DIVINO

Il linguaggio è originale ma la competenza è provata.
La domanda di Sgarbi è: qual è (se c’è…) l’ombra del Divino nell’arte contemporanea?
Cui seguono altre: in che modo gli artisti contemporanei percepiscono il rapporto col Divino? Da dove nasce la difficoltà di rappresentare oggi i temi della Cristianità, che per secoli sono stati la prima fonte d’ispirazione artistica?
Il problema è che oggi c’è un’oggettiva “difficoltà di rappresentare” il Divino nell’arte che, per secoli, si è inzuppata di senso religioso.
Deutinger scriveva: «Il fatto che la divinità si fosse rivelata all’uomo, non solo in modo naturale obiettivo ma in forma soggettivo-oggettiva, come amore personale, condizionava ora necessariamente un nuovo sviluppo dell’arte» (Estetica). Ecco il nucleo del problema: l’arte, il suo sviluppo e la sua ricerca, è condizionata dalla consapevolezza dell’uomo, dell’artista, di essere stato redento e, come tale, capace di esprimere gratitudine a Dio.
Sgarbi propone un sillogismo concreto: il Divino nell’arte contemporanea è insufficiente perché lo è pure nella società. L’arte mostra questa carenza ed è lo specchio del diffuso a-teismo o, al meglio, dell’inequivocabile scollamento del Divino dalla realtà.
In particolare nell’architettura religiosa, Sgarbi rileva che le testimonianze contemporanee appaiono spesso dissonanti rispetto a quelle antiche, perché «stabiliscono un’interruzione, uno iato, rispetto all’armonia che nei secoli precedenti è stata rispettata nelle quote, nelle misure, nelle proporzioni».
Se il cardinal Ravasi auspica che “arte e fede devono tornare a dialogare”, Sgarbi sostiene che «Nel Novecento, il tema del sacro lentamente si dissolve e le tipologie architettoniche realizzate sono in gran parte fallimentari, perché frutto di un distacco fra l’idea religiosa, o i temi della fede in Dio, e la creazione che è indirizzata verso la mortificazione dell’uomo o la convinzione di una crisi dell’uomo che implica, addirittura, l’eliminazione della sua presenza» nell’arte. «Questo mi fa pensare – continua l’Autore – a una relazione immediata tra la perdita della centralità dell’uomo in generale, la perdita della centralità della persona con riferimento alla visione religiosa e la perdita dello spazio architettonico inteso come volta celeste». Morti Tiepolo (1770) e il Canaletto, le volte e le cupole delle chiese smettono d’essere decorate, finché prendiamo atto che «l’Ottocento e il Novecento sono profondamente laici e lontani dalla conquista del cielo, perché il cielo è (ormai) perduto».
Ma se il cielo è diventato nostalgia, chi e che cosa è l’artista? «Non è uno sciamano, il suo problema non è essere strumento di Dio; egli non è mediatore di qualcosa, ma è Dio stesso. L’artista è Dio stesso perché manifesta la divinità immanente che cammina per strada. Quando si vede un artista, si avverte che in lui c’è qualcosa di divino, forse una porzione soltanto. Il compito dell’artista, quindi, anche ateo, non è trasmettere qualcosa o esserne il medium, anche se di fatto egli lo è…» ma essere la mano del Divino, realizzando così «l’unica possibile» condizione privilegiata per «ripensare al Divino come impulso vitale per l’arte contemporanea, punto di partenza e suo compimento».
A chi volesse approfondire questi argomenti, che sono pure motivo di riflessione personale nei confronti della fede, suggerisco il libro pubblicato da Cantagalli, un editore molto impegnato nella divulgazione e nel dibattito di temi religiosi.

Oreste Mendolìa Gallino

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