Alla ricerca di una Via per l’avvenire
dell’umanità. Detto così può sembrare un progetto ambizioso e un
appello perentorio per esorcizzare questa crisi che si protrae oltre ogni
previsione. Forse è così, almeno nelle intenzioni programmatiche di Don Attilio
Pastori, promotore del programma di conferenze che, ogni anno, tra Planettiana
e Petrucciana, affrontano problemi di attualità e li mettono sotto la lente d’ingrandimento
per alimentare una riflessione e un dibattito pubblici alla ricerca di nuovi
orizzonti di speranza.
La rassegna d’incontri culturali 2014/2015, curata dalla Biblioteca
Diocesana “Card. P.M. Petrucci”, col patrocinio del Comune di Jesi e di Jesi
Cultura, è stata inaugurata il 25 novembre scorso presso la Sala Maggiore della
Planettiana, ospite il Prof. Tomaso Montanari, docente di Storia dell’Arte
moderna presso l’Università Federico II di Napoli.
Giovane e impegnato studioso, saggista prolifico, insignito di numerose
onorificenze, incaricato dal ex Ministro Bray nella Commissione per la Riforma
del Ministero dei Beni Culturali, “licenziato” dal Corriere della Sera per incompatibilità con “la linea
del giornale” dopo aver pubblicato un saggio assai critico nei confronti di
Matteo Renzi (Le pietre e il popolo, 2013), Montanari ha presentato una
coraggiosa riflessione dal titolo “A cosa serve il patrimonio culturale?”.
“Coraggiosa”, certo,
perché ha puntato i riflettori sul declino della condizione dell’Arte in
Italia, cartina di tornasole del disfacimento della Tradizione che, per secoli,
ha visto il nostro Paese “opificio” della cultura in ogni campo della
conoscenza.
Un oscuro proscenio,
quello disegnato da Montanari, comunque ottimista, che quasi confligge col pensiero
di Edgar Nahoum (altrimenti Edgar Morin),
filosofo e sociologo francese di origine ebraica, che “propone di sostituire, a
una via dello sviluppo che produce sottosviluppo, la via di una politica della
civiltà, nella prospettiva di un Nuovo Umanesimo”.
Quale “Nuovo Umanesimo”?
Quello che ha messo in discussione Montanari quando ha denunciato l’assenza
della Politica nella tutela del patrimonio artistico italiano?
Perché il valore civico
(inteso come unità, educativa e rieducativa di una pluralità fatta di memoria e
di tradizione condivise) dei monumenti è stato negato in favore del loro “potenziale
turistico” e quindi economico? Perché la “valorizzazione” del patrimonio
culturale ci ha indotto a trasformare le nostre città storiche in una sorta di luna park gestiti da avidi usufruttuari?
Sono queste le domande che, come un ritornello, hanno accompagnato la critica
di Montanari alla mentalità, spesso fallimentare – perché inappropriata –, di
chi gestisce il patrimonio culturale del nostro Paese.
Venezia diventata showroom; oppure Roma, dove si delira di
piste da sci nel Circo Massimo; oppure Firenze, dove si affittano gli Uffizi
per sfilate di moda e si traforano gli affreschi del Vasari alla ricerca di un
Leonardo inesistente; oppure Napoli, che trasforma Piazza del Plebiscito per
celebrare il 50° compleanno della Nutella
(sic! domenica 18 maggio 2014), mentre le chiese crollano e le biblioteche
vengono razziate e, per finire, la nostra vicina L’Aquila, che giace ancora in
rovina mentre i cittadini vengono “deportati” nelle cosiddette “new town”:
luoghi anonimi e privi d’ogni riferimento culturale, spogliati di qualunque
possibilità di aggregazione sociale. Una carrellata impietosa di fatti e
misfatti in cui non è difficile scoprire che l’idea di comunità è stata
corrotta da una nuova Politica che non ci vuole cittadini partecipi – perciò
critici e auto referenziati –, ma anonimi consumatori passivi.
La riflessione di
Montanari punta il dito contro la retorica del Bello che copre (o, almeno,
tenta di farlo con chi non ha gli strumenti culturali per difendersi e reagire
uscendo dal gregge…) lo sfruttamento delle città d’arte, e sollecita chiunque
ami la Cultura come “philum” del Nuovo Umanesimo a intraprendere una coraggiosa
azione di resistenza contro la barbarie dell’Economia amorale e senza scrupoli;
ci ricorda che la funzione civile del patrimonio storico e artistico è uno dei
princìpi fondanti della nostra democrazia, e che l’Italia può risorgere
soltanto se si pensa, si progetta e si vive come “Repubblica basata sul lavoro”
nella quale “la sovranità appartiene al popolo” (Costituzione Italiana, art. 1).
Proprio di questi giorni
(cfr. Archeo, novembre 2014) è la
domanda “Che cosa accadrà al nostro prodigioso patrimonio culturale se di esso
le future generazioni non ne sapranno nulla?”. “Ne conseguiranno – questa l’accusa
– incuria, disinteresse a disprezzo”. Condizione inquietante che riporta ai
temi trattati dal Professor Montanari, perché a tale condizione di degrado
culturale sta portando “il crollo generalizzato e progressivo della memoria
storica” che, in particolare nell’universo didattico della Scuola italiana, è
causato dall’abbandono dell’insegnamento della Storia, della Geografia, della
Musica.
Infatti, “una serie di
provvedimenti legislativi e regolamentari scolastici presi nell’ultimo decennio
(esattamente dal 2004) fanno sì che dello straordinario patrimonio italiano le
nuove generazioni ormai non sappiano – o, nel migliore dei casi, non capiscano –
praticamente nulla”.
Scelte discutibili che hanno
impedito di studiare e di apprezzare la nostra immensa tradizione artistica
perché non se ne conosce più il fondamento storico, sociale e culturale, tra l’altro
obbligando i giovani, futuri cittadini del mondo, a una progressiva estinzione
della loro conoscenza di lingue come il Latino e il Greco.
«Perché la rivoluzione (verso un Nuovo Umanesimo, appunto) si
attui – conclude Montanari –, uscire dalla Scuola significa sentirsi Italiani
perché si è vissuto all’interno di questo nostro comune grande patrimonio. Non
siamo mai stati una Nazione per via di
sangue, perché tra noi i popoli e le civiltà si sono mischiati per secoli,
ma una Nazione per via di cultura.
Quando Dante, nell’XI Canto del Purgatorio, parla della lingua delle parole, la
lingua di Guinizelli, di Cavalcanti e di lui stesso, negli stessi versi cita pure
Giotto e Cimabue. Due lingue degli Italiani, tanto per intenderci: quella delle
parole e quella delle immagini.
Quando i nostri giovani
studieranno Dante, Masaccio o Leonardo assorbiranno nella Storia dell’Arte i valori
aperti e tolleranti della nostra Costituzione».
Sempre secondo
Montanari, «una bellissima metafora di Maurizio Bettini, noto filologo
classico, suggerisce di smettere di usare la “metafora delle radici”, radici
che ci fanno stare fermi come gli alberi. Ritemprare la Nazionalità significa metterla in armonia con l’Umanità:
un Nazionalismo che va verso un Nuovo Umanesimo».
“Si domanderà – continua
l’inquietante rapporto di Archeo –
che cosa c’entra questo con i nostri beni culturali?”. C’entra, eccome! “Quale
rispetto, quale considerazione potremo offrire, quale rilancio potremo
prospettare per i monumenti e le opere d’arte del nostro Paese se i futuri
cittadini non li conoscono, non li comprendono o non sono più in grado di
apprezzarli, perché nessuno ha dato loro occasione di farlo?”.
A poco serve che i Beni
culturali cambino volto, assegnando autonomia speciale per 18 musei e cancellando
le Direzioni regionali (cfr. Il Sole 24
Ore, 23 novembre 2014, pag. 21): un palliativo per dare l’illusione che
qualcosa si muove in difesa della cultura artistica italiana che, alla prova
dei fatti, non sappiamo valorizzare né in sé oggettivamente, come patrimonio
imprescindibile della nostra policroma civiltà peninsulare, né a beneficio dell’imponente
movimento migratorio turistico indigeno, cui è importante proporre soluzioni e
risorse che alimentino pure l’economia e l’occupazione nazionali.
Oreste Mendolìa Gallino

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