martedì 13 ottobre 2015

QUALE NUOVO UMANESIMO?

Alla ricerca di una Via per l’avvenire dell’umanità. Detto così può sembrare un progetto ambizioso e un appello perentorio per esorcizzare questa crisi che si protrae oltre ogni previsione. Forse è così, almeno nelle intenzioni programmatiche di Don Attilio Pastori, promotore del programma di conferenze che, ogni anno, tra Planettiana e Petrucciana, affrontano problemi di attualità e li mettono sotto la lente d’ingrandimento per alimentare una riflessione e un dibattito pubblici alla ricerca di nuovi orizzonti di speranza.
La rassegna d’incontri culturali 2014/2015, curata dalla Biblioteca Diocesana “Card. P.M. Petrucci”, col patrocinio del Comune di Jesi e di Jesi Cultura, è stata inaugurata il 25 novembre scorso presso la Sala Maggiore della Planettiana, ospite il Prof. Tomaso Montanari, docente di Storia dell’Arte moderna presso l’Università Federico II di Napoli.
Giovane e impegnato studioso, saggista prolifico, insignito di numerose onorificenze, incaricato dal ex Ministro Bray nella Commissione per la Riforma del Ministero dei Beni Culturali, “licenziato” dal Corriere della Sera per incompatibilità con “la linea del giornale” dopo aver pubblicato un saggio assai critico nei confronti di Matteo Renzi (Le pietre e il popolo, 2013), Montanari ha presentato una coraggiosa riflessione dal titolo “A cosa serve il patrimonio culturale?”.
“Coraggiosa”, certo, perché ha puntato i riflettori sul declino della condizione dell’Arte in Italia, cartina di tornasole del disfacimento della Tradizione che, per secoli, ha visto il nostro Paese “opificio” della cultura in ogni campo della conoscenza.
Un oscuro proscenio, quello disegnato da Montanari, comunque ottimista, che quasi confligge col pensiero di Edgar Nahoum (altrimenti Edgar Morin), filosofo e sociologo francese di origine ebraica, che “propone di sostituire, a una via dello sviluppo che produce sottosviluppo, la via di una politica della civiltà, nella prospettiva di un Nuovo Umanesimo”.
Quale “Nuovo Umanesimo”? Quello che ha messo in discussione Montanari quando ha denunciato l’assenza della Politica nella tutela del patrimonio artistico italiano?
Perché il valore civico (inteso come unità, educativa e rieducativa di una pluralità fatta di memoria e di tradizione condivise) dei monumenti è stato negato in favore del loro “potenziale turistico” e quindi economico? Perché la “valorizzazione” del patrimonio culturale ci ha indotto a trasformare le nostre città storiche in una sorta di luna park gestiti da avidi usufruttuari? Sono queste le domande che, come un ritornello, hanno accompagnato la critica di Montanari alla mentalità, spesso fallimentare – perché inappropriata –, di chi gestisce il patrimonio culturale del nostro Paese.
Venezia diventata showroom; oppure Roma, dove si delira di piste da sci nel Circo Massimo; oppure Firenze, dove si affittano gli Uffizi per sfilate di moda e si traforano gli affreschi del Vasari alla ricerca di un Leonardo inesistente; oppure Napoli, che trasforma Piazza del Plebiscito per celebrare il 50° compleanno della Nutella (sic! domenica 18 maggio 2014), mentre le chiese crollano e le biblioteche vengono razziate e, per finire, la nostra vicina L’Aquila, che giace ancora in rovina mentre i cittadini vengono “deportati” nelle cosiddette “new town”: luoghi anonimi e privi d’ogni riferimento culturale, spogliati di qualunque possibilità di aggregazione sociale. Una carrellata impietosa di fatti e misfatti in cui non è difficile scoprire che l’idea di comunità è stata corrotta da una nuova Politica che non ci vuole cittadini partecipi – perciò critici e auto referenziati –, ma anonimi consumatori passivi.
La riflessione di Montanari punta il dito contro la retorica del Bello che copre (o, almeno, tenta di farlo con chi non ha gli strumenti culturali per difendersi e reagire uscendo dal gregge…) lo sfruttamento delle città d’arte, e sollecita chiunque ami la Cultura come “philum” del Nuovo Umanesimo a intraprendere una coraggiosa azione di resistenza contro la barbarie dell’Economia amorale e senza scrupoli; ci ricorda che la funzione civile del patrimonio storico e artistico è uno dei princìpi fondanti della nostra democrazia, e che l’Italia può risorgere soltanto se si pensa, si progetta e si vive come “Repubblica basata sul lavoro” nella quale “la sovranità appartiene al popolo” (Costituzione Italiana, art. 1).
Proprio di questi giorni (cfr. Archeo, novembre 2014) è la domanda “Che cosa accadrà al nostro prodigioso patrimonio culturale se di esso le future generazioni non ne sapranno nulla?”. “Ne conseguiranno – questa l’accusa – incuria, disinteresse a disprezzo”. Condizione inquietante che riporta ai temi trattati dal Professor Montanari, perché a tale condizione di degrado culturale sta portando “il crollo generalizzato e progressivo della memoria storica” che, in particolare nell’universo didattico della Scuola italiana, è causato dall’abbandono dell’insegnamento della Storia, della Geografia, della Musica.
Infatti, “una serie di provvedimenti legislativi e regolamentari scolastici presi nell’ultimo decennio (esattamente dal 2004) fanno sì che dello straordinario patrimonio italiano le nuove generazioni ormai non sappiano – o, nel migliore dei casi, non capiscano – praticamente nulla”.
Scelte discutibili che hanno impedito di studiare e di apprezzare la nostra immensa tradizione artistica perché non se ne conosce più il fondamento storico, sociale e culturale, tra l’altro obbligando i giovani, futuri cittadini del mondo, a una progressiva estinzione della loro conoscenza di lingue come il Latino e il Greco.
«Perché la rivoluzione (verso un Nuovo Umanesimo, appunto) si attui – conclude Montanari –, uscire dalla Scuola significa sentirsi Italiani perché si è vissuto all’interno di questo nostro comune grande patrimonio. Non siamo mai stati una Nazione per via di sangue, perché tra noi i popoli e le civiltà si sono mischiati per secoli, ma una Nazione per via di cultura. Quando Dante, nell’XI Canto del Purgatorio, parla della lingua delle parole, la lingua di Guinizelli, di Cavalcanti e di lui stesso, negli stessi versi cita pure Giotto e Cimabue. Due lingue degli Italiani, tanto per intenderci: quella delle parole e quella delle immagini.
Quando i nostri giovani studieranno Dante, Masaccio o Leonardo assorbiranno nella Storia dell’Arte i valori aperti e tolleranti della nostra Costituzione».
Sempre secondo Montanari, «una bellissima metafora di Maurizio Bettini, noto filologo classico, suggerisce di smettere di usare la “metafora delle radici”, radici che ci fanno stare fermi come gli alberi.  Ritemprare la Nazionalità significa metterla in armonia con l’Umanità: un Nazionalismo che va verso un Nuovo Umanesimo».
“Si domanderà – continua l’inquietante rapporto di Archeo – che cosa c’entra questo con i nostri beni culturali?”. C’entra, eccome! “Quale rispetto, quale considerazione potremo offrire, quale rilancio potremo prospettare per i monumenti e le opere d’arte del nostro Paese se i futuri cittadini non li conoscono, non li comprendono o non sono più in grado di apprezzarli, perché nessuno ha dato loro occasione di farlo?”.
A poco serve che i Beni culturali cambino volto, assegnando autonomia speciale per 18 musei e cancellando le Direzioni regionali (cfr. Il Sole 24 Ore, 23 novembre 2014, pag. 21): un palliativo per dare l’illusione che qualcosa si muove in difesa della cultura artistica italiana che, alla prova dei fatti, non sappiamo valorizzare né in sé oggettivamente, come patrimonio imprescindibile della nostra policroma civiltà peninsulare, né a beneficio dell’imponente movimento migratorio turistico indigeno, cui è importante proporre soluzioni e risorse che alimentino pure l’economia e l’occupazione nazionali.

Oreste Mendolìa Gallino


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