Gùzelyurt è un grosso
villaggio della Cappadocia. È vicino alla famosa valle di Penstrema, una
stretta e profonda valle con, al centro, un piccolo torrente, una volta abitata
da numerosi monaci ed eremiti. Là ci sono ancora numerose chiese, alcune
affrescate, e varie grotte collegate tra loro, che servivano come abitazioni ai
santi monaci che, per secoli, vi avevano vissuto.
Ora non c’è più nessuno.
Solo qualche raro visitatore arriva fin là, oltre ai ragazzi dei villaggi
vicini che vi portano al pascolo le pecore, mentre si divertono a fare il bagno
nel fiumiciattolo. È molto faticoso giungervi, anche se ho sentito dire che si
pensa di fare una strada per i turisti, ma chissà quando ciò accadrà.
Sostando una volta a Gùzelyurt,
non molto tempo fa, per visitare chiese e monasteri di quell’area – tutta la
Cappadocia ne è ricchissima –, mi recai un pomeriggio nella parte bassa del
villaggio per una visita alla chiesa dedicata a san Gregorio di Nazianzo, uno
dei grandi Padri della Cappadocia, nativo di quella zona. Si dice infatti che
Gùzelyurt sia da identificare con l’antica città di Karbala, presso la quale,
nella sua tenuta di Arianzo, era nato nel 330 san Gregorio, detto «il Teologo»,
per la finezza e la profondità teologica dei suoi scritti.
Ai piedi di un dirupo,
dove ci sono ancora diverse abitazioni troglodite, c’è la chiesa a lui
dedicata. Meglio sarebbe dire ex chiesa, perché ora è divenuta una moschea,
anche se esteriormente e per buona parte anche all’interno mantiene l’aspetto
di una chiesa.
Si dice che la
chiesa-moschea sia di origine bizantina, costruita proprio sul luogo in cui
aveva la casa paterna Gregorio, che qui si era ritirato negli ultimi anni per
scrivere e riflettere sulle cose di Dio, nella pace e nel silenzio della
campagna.
Uscito dalla
chiesa-moschea, ancora tutta circondata da mura di cinta, mentre mi attardavo a
rimirare vecchie case e a godermi il paesaggio, mi si avvicinò un anziano
contadino. Dopo alcuni convenevoli, avendo sentito che ero cristiano e venivo
da lontano, egli proruppe in un’esclamazione di rammarico: «Anche qui una volta
vi erano tanti cristiani. Ci sono ancora le loro chiese. Qui ne hai vista una,
ma ce ne sono altre intorno. Che peccato! Li abbiamo cacciati via e molti li
abbiamo anche uccisi. Che sbaglio abbiamo fatto! Noi andavamo d’accordo con
loro e non avevamo problemi. Sono stati quelli di Ankara – lo ricordo ancora – a
suggerirci di ucciderli perché, dicevano, altrimenti i cristiani avrebbero
ammazzato noi! Solo dopo anni capimmo che non era vero niente, che ci avevano
ingannati».
Mentre parlavamo,
giungemmo presso un grosso tronco di legno adagiato ai bordi della strada, e lì
ci sedemmo. Non c’era bisogno che facessi domande: quel vecchio signore – avrà
avuto ottant’anni – aveva voglia di sfogarsi, sembrava quasi che volesse
togliersi un peso dalla coscienza, che cercasse un testimone straniero per
raccontare la verità dei fatti e liberarsi così da menzogne sentite e
raccontate per anni.
Sulla Turchia in quel
periodo stava soffiando un’aria di libertà e democrazia, e forse gli era parso
il momento giusto per confidarsi senza remore. In ogni caso, per non correre
rischi, lo faceva con uno straniero. Il vecchio riprese così il suo racconto.
«Me lo ricordo ancora
bene. Un giorno arrivarono due politici da Ankara, eravamo attorno al 1920-’22.
Essi convocarono in luogo segreto i più ragguardevoli capifamiglia musulmani.
Andai anch’io: avrò avuto una quarantina d’anni.
“Abbiamo saputo”, ci
dissero, “che tutti i cristiani si sono messi d’accordo per uccidere i
musulmani e occupare le loro case e le loro terre, chiamando poi in aiuto i
francesi e i greci per impossessarsi di questa regione. Voi perciò dovete agire
subito e precederli, uccidendo i cristiani e occupando le loro terre. Noi vi
faremo arrivare le armi e gruppi armati per aiutarvi”.
Tutti ascoltammo
esterrefatti, ma nessuno osò mettere in discussione gli ordini dei capi di
Ankara, credemmo alla loro parola. Erano anni turbolenti e di guerra, perciò ci
preparammo. Dopo pochi giorni giunsero le armi, e bande armate si portarono in
Cappadocia. Poi arrivò l’ordine: “Questa notte si agisce”. E fu una
carneficina. Ho ancora negli occhi scene strazianti. Non si badava a niente e a
nessuno: donne, vecchi e bambini. Molti furono uccisi, altri cacciati dalle
loro case e incolonnati come prigionieri verso non so dove, sotto il controllo
delle bande armate. Noi avevamo creduto a quello che ci avevano detto i due
capi di Ankara», aggiunse con fare lamentoso, quasi a scusarsi.
«Soltanto dopo anni
capimmo che era stata una mossa politica, la chiamavano “turchizzazione dell’Anatolia”.
Nessun cristiano voleva ucciderci, erano solo problemi politici di contrasto
con la Grecia e le potenze occidentali. Che sbaglio abbiamo fatto!». E mentre
lo diceva, mi pareva sinceramente pentito. Era un grido quasi accorato: «Che
sbaglio!».
Lo guardavo in silenzio,
e intanto riflettevo su altri eccidi simili di cui avevo sentito parlare,
sempre con molta discrezione, perché degli armeni, ad esempio, era persino
proibito pronunciare il nome.
«Ogni volta che penso a
quella strage», riprese il vecchio, «provo una profonda vergogna; era tutta
brava gente, lavoratori e amici nostri. Per secoli avevamo vissuto nello stesso
villaggio, senza problemi. Anzi in tante cose erano migliori di noi. I loro
artigiani erano molto bravi. Costruivano le nostre case e sapevano intagliare
la pietra in modo meraviglioso. Ci si aiutava a vicenda. La politica! Che
serpente velenoso è la politica, porta odio e morte persino tra amici e vicini
di casa. Che sbaglio abbiamo fatto!».
Ero commosso a sentire
questo anziano signore che davanti a me, un forestiero di passaggio, confessava
questa colpa sua e del suo popolo con tanto rammarico.
«Però», riprese, «una
famiglia di cristiani sono riuscito a salvarla. E ciò dà un po’ di conforto al
mio dolore. Erano miei vicini di casa, ci conoscevamo bene ed eravamo amici. I
nostri figli giocavano insieme, alle feste cristiane ci invitavano a pranzo da
loro e noi ricambiavamo per le feste islamiche. Quando avevamo bisogno, ci
davano una mano, così come facevamo noi con loro. Come potevo pensare che
persone simili fossero determinate a ucciderci? E neppure io potevo uccidere
loro. Però altri, di sicuro, l’avrebbero fatto, altri che non li conoscevano.
Dopo quell’incontro con i
politici di Ankara cercai di avvertirli. “Fuggite, presto, perché vi vogliono
uccidere. Andate lontano, da parenti e amici”. Non mi ascoltarono perché non c’era
ragione per temere: la loro famiglia era lì da secoli ed erano sempre stati
sudditi leali del governo turco.
Io di più non potevo dire
per non essere accusato di tradimento, altrimenti avrebbero ammazzato anche me.
In quella notte nefasta
cominciò l’eccidio nella città alta. Quando se ne sparse la voce, insieme alle
grida dei disperati che venivano trovati e imprigionati o uccisi, subito
chiamai i miei vicini cristiani e li nascosi in casa mia.
Fu una notte terribile.
Arrivarono i soldati a chiedere dov’era quella famiglia cristiana di cui erano
stati informati. “Sono andati presso dei parenti a Urgùp”, risposi prontamente.
“Bene, a Urgup li troveranno i nostri colleghi. Su, datti da fare per cacciare
questi cani di infedeli”, aggiunsero, come a rimproverarmi perché ero ancora in
casa in quella notte fatale.
“Vi raggiungo subito”,
dissi. “Andate pure avanti”.
Per fortuna c’era una
tale confusione che nessuno ci capiva più niente. I soldati proseguirono, e io
caricai i miei amici su un carro, li coprii con un po’ di fieno e mi misi in
viaggio per stradine che solo noi conoscevamo, girando per carraie tra campo e
campo. Arrivammo quasi all’alba su un alto passo che immette nella valle di
Nigde e ci rifugiammo tra le rovine di una vecchia chiesa, chiamata “chiesa
rossa” Lasciammo trascorrere il giorno. Io facevo la guardia, fingendo di far
riposare e pascolare i due cavalli da tiro del carretto, mentre i miei amici si
erano nascosti in una buca dentro la chiesa. Non venne nessuno. All’imbrunire
riprendemmo la strada scendendo dall’altra parte, sino a raggiungere la grande
strada che da Nigde va verso Tarso e Mersin. In pratica porta in Cilicia, dove
c’erano ancora i francesi. Poco prima del confine li lasciai.
“Là sarete tranquilli”,
li rassicurai. Presi quindi un cavallo per me lasciando a loro il carretto e l’altro
cavallo. “Devo tornare indietro subito”, dissi loro, “perché sono preoccupato
per la mia famiglia con tutti i massacri e le ruberie in corso. Arrivederci, e
che Dio vi accompagni!”. Ci abbracciammo calorosamente mentre non cessavano di
ringraziarmi. Poi d’un balzo fui sul mio cavallo e ripresi la via del ritorno.
Si allontanarono verso sud e, voltandomi, li vidi scomparire dietro una curva.
Da allora non ci incontrammo più e non seppi che fine avevano fatto.
Un paio di anni fa, però,
arrivarono a casa mia due giovanottoni sui trentacinque, quarant’anni. “Siamo i
figli di Yusuf, il tuo amico che salvasti trent’anni fa. Lui è morto, ma ha
voluto, prima di morire, che gli promettessimo di venire a trovarti per
riportarti questa giacca ed esprimerti ancora il suo ringraziamento. Se siamo
qui, oggi, lo dobbiamo a te. Allora eravamo piccoli, troppo piccoli per capire,
ma nostro padre ci ha raccontato tutto”. Era la giacca che gli avevo dato
quella notte per coprirsi dal freddo, perché nella fretta della fuga i miei
amici cristiani erano scappati seminudi, in abbigliamento da notte.
Abbracciai i due e piansi
con loro, ricordando quella tragica notte. Li trattenni in casa mia per un paio
di giorni, rivivendo con loro l’antica amicizia. Poi se ne andarono».
Il vecchio rimase a lungo
in silenzio, mentre io ripensavo alla storia ascoltata. Infine si alzò e
riprese la sua strada, facendomi con la mano un cenno di saluto.
«Che sbaglio abbiamo
fatto, che sbaglio!», continuò a ripetere mentre si allontanava, inerpicandosi
su un sentiero del villaggio.
(Trascrizione a cura di Oreste
Mendolìa Gallino)

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