martedì 13 ottobre 2015

BIBBIA FRANCESCANA

Confesso che mi sono emozionato mentre aprivo il pacco che mi ha inviato l’Editore Messaggero per compilare questa recensione. Parlo della Bibbia Francescana.
Certo, una Bibbia è già “bella” di per sé, perché è Parola di Dio. Questa lo è anche da un punto di vista editoriale e merceologico. C’è il tau impresso a caldo sulla copertina e sul dorso, e tutto il resto è sobrio ed essenziale. All’interno, la carta India o carta riso, come volete chiamarla, è di pregevole fattura; la sua trasparenza sopporta bene il fronte/retro della stampa tipografica.
Una buona premessa per un libro, perché l’Editore ha prestato molta attenzione all’impatto, spesso “emotivo”, visivo e tattile del primo approccio del Lettore.
Tuttavia, questo non è un libro ma “il Libro” per eccellenza: testamento di nome e di fatto del nostro essere Cristiani grazie alla redenzione, evento storico che si rinnova fino alla consumazione dei tempi.
È lecito chiedere: “Perché l’immensa Famiglia Francescana ha voluto proporre una Bibbia?”. Non è neppure diversa dalle tante che conosciamo; oltretutto, il testo è quello CEI 2008.
Francesco leggeva la Parola di Dio e l’amava: le Fonti Francescane lo confermano. Una di queste, in particolare, è stata scelta dal Curatore dopo il frontespizio: «Sono uccisi dalla lettera quei religiosi che non vogliono seguire lo spirito della divina Scrittura ma desiderano sapere solo parole e spiegarle agli altri» (Ammonizioni, VII. FF 156). Ci sono poi gli episodi in cui il Santo di Assisi si fa leggere il Vangelo del giorno quando è ammalato (FF 1599, 1817) e sta per morire (FF 511, 1242, 1388); quando lo annuncia al Sultano d’Egitto (FF 1173, 1356) e lo consulta ripetutamente (FF 482-483, 1224, 1917). Oppure di quell’occasione in cui «capitò a Francesco di avere un Nuovo Testamento. Poiché i frati erano parecchi e non potevano averlo tutti insieme, staccò foglio dopo foglio e ne diede a ciascuno perché tutti lo studiassero e non si disturbassero a vicenda» (S. Bonaventura, Epistola de tribus quæstionibus).
Di tante Fonti Francescane questa Bibbia è piena ai margini del testo CEI: ve le trovate dappertutto – dice il Curatore – perché è stata resa «più fruibile, gestibile e accattivante attraverso una lettura francescana della Parola di Dio».
E, all’occorrenza, pause di riflessione “in chiave francescana” su temi, di grande attualità inseriti in finestre colorate di rosso, che nel testo biblico sono identificati con un piccolo tau rosso di riferimento. Sono note a «idee, concetti e pensieri cari a San Francesco e a Santa Chiara»: bellezza (Cantico dei Cantici), fraternità (Sal 133), cuore (1Re), profezia (Numeri) regola (Esodo), ringraziamento (Giovanni) ecc.
Il Curatore dell’opera, tuttavia, non si accontenta di affidarsi solo a queste ragioni che gli sono proprie per tradizione secolare, ma poiché per Francesco la Parola è «giocondità e letizia», egli non teme di volerla “sottrarre” «alle letture intellettuali» o di denunciare che talvolta essa è solo per «esperti del settore».
Quella che ho tra le mani è perciò una Bibbia in cui la Parola di Dio è «parola giovane», da mettere «in mano ai giovani e a tutti gli innamorati di Francesco e Chiara».
Proprio Papa Francesco (5 ottobre 2014) raccomandava di tenere una Bibbia in ogni casa «non per metterla in uno scaffale, ma per tenerla a portata di mano, per leggerla spesso, ogni giorno, sia individualmente sia insieme, marito e moglie, genitori e figli, magari la sera, specialmente la domenica (…) perché la famiglia cresca e cammini con la luce e la forza della Parola di Dio».
Ebbene, questo rapporto con la Parola di Dio, in cui essa diventa panem nostrum cotidianum, insegna che Dio parla nella semplicità del cuore di ogni essere umano, senza la mediazione di complicate esegesi per addetti ai lavori. E diciamola tutta, senza ipocrisia: questa proposta editoriale è (anche) una “risposta” non pedante, pur sempre colta, a certi “dotti” studiosi coi quali si è consumata una “rivalità” secolare (cfr “Il nome della rosa” di Eco…).
E mentre scrivo, mi è utile citare Rovelli, che cita pure Lucrezio: «La natura è la nostra casa e nella natura siamo a casa. Questo mondo strano, variopinto e stupefacente che esploriamo (…) non è qualcosa che ci allontana da noi: è solo ciò che la nostra naturale curiosità ci mostra della nostra casa. Noi siamo fatti della stessa polvere di stelle di cui sono fatte le cose e sia quando siamo immersi nel dolore sia quando ridiamo e risplende la gioia non facciamo che essere una parte del nostro mondo. “(…) siamo tutti nati dal seme celeste, tutti abbiamo lo stesso padre, da cui la terra, la madre che ci alimenta, riceve limpide gocce di pioggia, e quindi produce il luminoso frumento, e gli alberi rigogliosi, e la razza umana, e le stirpi delle fiere, offrendo i cibi con cui tutti nutrono i corpi, per condurre una vita dolce e generare la prole (…)”» (Il Sole 24Ore, Domenica 19 ottobre 2014, pag. 28).
San Francesco era povero ma non ignorante, tanto meno della Parola di Dio. Nel Cantico delle Creature come non sentire l’eco di Daniele 3,57-88 (Breviario, Lodi della Domenica, 1a e 3a sett.), o di tanti Salmi di lode?
Perciò, “Biblia pauperum”, questa: per i “puri di cuore” e per i “miti” di memoria evangelica.

Oreste Mendolìa Gallino

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