Confesso che mi sono emozionato mentre aprivo il
pacco che mi ha inviato l’Editore Messaggero per compilare questa recensione. Parlo
della Bibbia Francescana.
Certo, una Bibbia è già “bella” di per sé, perché è
Parola di Dio. Questa lo è anche da un punto di vista editoriale e
merceologico. C’è il tau impresso a
caldo sulla copertina e sul dorso, e tutto il resto è sobrio ed essenziale. All’interno,
la carta India o carta riso, come volete chiamarla, è di pregevole fattura; la
sua trasparenza sopporta bene il fronte/retro della stampa tipografica.
Una buona premessa per un libro, perché l’Editore ha
prestato molta attenzione all’impatto, spesso “emotivo”, visivo e tattile del primo
approccio del Lettore.
Tuttavia, questo non è un libro ma “il Libro” per eccellenza: testamento di nome e di
fatto del nostro essere Cristiani grazie alla redenzione, evento storico che si
rinnova fino alla consumazione dei tempi.
È lecito
chiedere: “Perché l’immensa Famiglia Francescana ha voluto proporre una Bibbia?”.
Non è neppure diversa dalle tante che conosciamo; oltretutto, il testo è quello
CEI 2008.
Francesco leggeva la Parola di Dio e l’amava: le Fonti Francescane lo confermano. Una di
queste, in particolare, è stata scelta dal Curatore dopo il frontespizio: «Sono
uccisi dalla lettera quei religiosi che non vogliono seguire lo spirito della
divina Scrittura ma desiderano sapere solo parole e spiegarle agli altri» (Ammonizioni, VII. FF 156). Ci sono poi gli
episodi in cui il Santo di Assisi si fa leggere il Vangelo del giorno quando è
ammalato (FF 1599, 1817) e sta per
morire (FF 511, 1242, 1388); quando lo
annuncia al Sultano d’Egitto (FF 1173,
1356) e lo consulta ripetutamente (FF
482-483, 1224, 1917). Oppure di quell’occasione in cui «capitò a Francesco
di avere un Nuovo Testamento. Poiché i frati erano parecchi e non potevano
averlo tutti insieme, staccò foglio dopo foglio e ne diede a ciascuno perché
tutti lo studiassero e non si disturbassero a vicenda» (S. Bonaventura, Epistola de tribus quæstionibus).
Di tante Fonti Francescane questa Bibbia è piena
ai margini del testo CEI: ve le trovate dappertutto – dice il Curatore – perché
è stata resa «più fruibile, gestibile e accattivante attraverso una lettura
francescana della Parola di Dio».
E, all’occorrenza, pause di riflessione “in chiave
francescana” su temi, di grande attualità inseriti in finestre colorate di
rosso, che nel testo biblico sono identificati con un piccolo tau rosso di riferimento. Sono note a «idee,
concetti e pensieri cari a San Francesco e a Santa Chiara»: bellezza (Cantico dei Cantici), fraternità (Sal 133), cuore (1Re), profezia (Numeri) regola (Esodo),
ringraziamento (Giovanni) ecc.
Il Curatore dell’opera, tuttavia, non si
accontenta di affidarsi solo a queste ragioni che gli sono proprie per
tradizione secolare, ma poiché per Francesco la Parola è «giocondità e letizia»,
egli non teme di volerla “sottrarre” «alle letture intellettuali» o di
denunciare che talvolta essa è solo per «esperti del settore».
Quella che ho tra le mani è perciò una Bibbia in
cui la Parola di Dio è «parola giovane», da mettere «in mano ai giovani e a
tutti gli innamorati di Francesco e Chiara».
Proprio Papa Francesco (5 ottobre 2014) raccomandava
di tenere una Bibbia in ogni casa «non per metterla in uno scaffale, ma per
tenerla a portata di mano, per leggerla spesso, ogni giorno, sia individualmente
sia insieme, marito e moglie, genitori e figli, magari la sera, specialmente la
domenica (…) perché la famiglia cresca e cammini con la luce e la forza della
Parola di Dio».
Ebbene, questo rapporto con la Parola di Dio, in cui
essa diventa panem nostrum cotidianum,
insegna che Dio parla nella semplicità del cuore di ogni essere umano, senza la
mediazione di complicate esegesi per addetti ai lavori. E diciamola tutta,
senza ipocrisia: questa proposta editoriale è (anche) una “risposta” non
pedante, pur sempre colta, a certi “dotti” studiosi coi quali si è consumata
una “rivalità” secolare (cfr “Il nome della rosa” di Eco…).
E mentre scrivo, mi è utile citare Rovelli, che cita
pure Lucrezio: «La natura è la nostra casa e nella natura siamo a casa. Questo
mondo strano, variopinto e stupefacente che esploriamo (…) non è qualcosa che
ci allontana da noi: è solo ciò che la nostra naturale curiosità ci mostra
della nostra casa. Noi siamo fatti della stessa polvere di stelle di cui sono
fatte le cose e sia quando siamo immersi nel dolore sia quando ridiamo e
risplende la gioia non facciamo che essere una parte del nostro mondo. “(…) siamo
tutti nati dal seme celeste, tutti abbiamo lo stesso padre, da cui la terra, la
madre che ci alimenta, riceve limpide gocce di pioggia, e quindi produce il
luminoso frumento, e gli alberi rigogliosi, e la razza umana, e le stirpi delle
fiere, offrendo i cibi con cui tutti nutrono i corpi, per condurre una vita
dolce e generare la prole (…)”» (Il Sole
24Ore, Domenica 19 ottobre 2014, pag. 28).
San Francesco era povero ma non ignorante, tanto
meno della Parola di Dio. Nel Cantico delle Creature come non sentire l’eco di
Daniele 3,57-88 (Breviario, Lodi della
Domenica, 1a e 3a sett.), o di tanti Salmi di lode?
Perciò, “Biblia pauperum”, questa: per i “puri di
cuore” e per i “miti” di memoria evangelica.
Oreste
Mendolìa Gallino

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