venerdì 3 novembre 2017

DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

Si scrive DCA ed è acronimo di Disturbi del Comportamento Alimentare.
Una piaga sociale che in Italia affligge oltre 3 milioni di persone e che nel 2016 ne ha portate quasi 3 mila alla morte.
Ci si può guarire, certo, ma è – come sempre in molti casi clinici – un problema di prevenzione. Altrimenti, chi ne soffre cade in una spirale dalla quale non esce…
A questo tema di grande attualità è stato dedicato l’omonimo Convegno distrettuale, dall’interessante propositivo sottotitolo “Accettiamo la sfida”, che si è svolto sabato 20 maggio presso l’ex Convento Montelatiere, organizzato da Lions International, Distretto 108 A e dal Comune di San Marcello.
La manifestazione è stata patrocinata da Regione Marche, Asur Marche - Area vasta n. 2, ASP Ambitonove - Azienda Servizi alla Persona, Commissione Pari Opportunità tra Uomo e Donna della Regione Marche, HETA Centro Multisciplinare per il Disagio Psichico e i Disturbi Alimentari, FIDA Federazione Italiana Disturbi Alimentari, AIDAP Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso.
Gianni Rossetti, Direttore della Scuola di Giornalismo di Urbino, nella sua veste di moderatore ha coordinato gli interventi dei relatori che sono stati, in successione, la Dott.ssa Laura Dalla Ragione e la Dott.ssa Patrizia Iacopini, psichiatre e psicoterapeute, la Dott.ssa Giuliana Capannelli, psicanalista e psicoterapeuta, e, in sostituzione della Dott.ssa Lucia Di Furia, Dirigente Servizio Sanità Regione Marche, assente per motivi istituzionali, il Dott. Paolo Pedrolli, psichiatra.
Rossetti ha voluto ripercorrere le fasi che hanno portato alla realizzazione di Villa Oasi, la struttura residenziale in via di completamento che il sindaco di San Marcello, Pietro Rotoloni, ha tenacemente voluto e portato avanti acquistando l’ex convento e la chiesa di Montelatiere, un tempo dei Padri Passionisti, e che entro l’anno corrente metterà a disposizione 10 posti di degenza e altrettanti per la terapia riabilitativa dai cosiddetti Distrurbi del Comportamento Alimentare, i DCA, appunto.
La brillante, tenace e profetica intuizione di Rotoloni non solo si attesterà come polo di rilevante interesse e prestigio per la cura delle patologie DCA ma offrirà al territorio una straordinaria opportunità di impiego e di lavori terzi che solo l’ostinazione e l’intelligenza di Rotoloni potevano intuire con largo anticipo, andando controcorrente rispetto all’indifferenza della gente comune...
Per maggiori informazioni su questo argomento invito il Lettore a leggere il mio articolo che Voce ha pubblicato il 4 settembre 2016 (cultura_società, pag. 2).
È probabile che l’indifferenza sia anche frutto della scarsa informazione; certa è, invece, una più o meno latente vergogna ad affrontare il tema dei DCA: che ne siano affetti oltre 3 milioni di Italiani è il dato ufficiale ma qual è la stima del sommerso, di chi prova disagio a denunciare di essere vittima di una così grave e invasiva patologia?
A porre la domanda è stata la Dottoressa Dalla Ragione, Responsabile Rete Servizi DCA USL n. 1 Umbria, Direttrice Centro Cura e Riabilitazione DCA Palazzo Francisci di Todi. «I dati che abbiamo sono solo la punta dell’iceberg, perché ci sono persone che neppure si rendono conto di essere affette da questi disturbi e non chiedono aiuto».
Le statistiche emerse in collaborazione col Ministero della Salute attestano che si tratta di una «patologia grave, seconda causa di morte in Italia, tra i 18-25 anni, dopo gli incidenti stradali».
I DCA, prosegue la relatrice, sono una vera e propria «ossessione sulle forme del corpo e sul cibo in sé». Le cause scatenanti sono talvolta semplici e «non c’è bisogno di intercettare eventuali traumi infantili».
La lunga scia della cultura ludica femminile rappresentata dalla bambola Barbie (e di Ken, suo emulo maschile) ha modificato nel tempo, quasi irreversibilmente, i simboli estetici del corpo umano, fino a diventare un «disagio esistenziale. A Todi, sono ricoverate bimbe di 8/10 anni; il 30% dei pazienti femminili è sotto i 14 anni. Ma anche i maschi iniziano a soffrire di questi disturbi ed essi rappresentano il 10-20% della cifra totale dei pazienti. Fra dieci anni i DCA non saranno più una patologia di genere».
La Dottoressa Dalla Ragione nel suo intervento sottolinea che «la prognosi immediata salva; perciò, è importante non cronicizzare la patologia ma intervenire tempestivamente. La famiglia ha un ruolo centrale nella guarigione, perché spesso essa è l’alveo in cui si consumano errori che portano al disturbo alimentare. Altrettanto importante è capire che le terapie non possono mai durare meno di due anni, perciò – conclude la Relatrice – la struttura residenziale Villa Oasi di San Marcello accresce la rete marchigiana di prevenzione e di cura dei DCA».
Alla famiglia e al ruolo importante che essa ha nei DCA è dedicato l’intervento della Dottoressa Iacopini, Medico Psichiatra, Responsabile Centro DCA di Fermo, secondo cui «la speranza di guarigione va alimentata dal dialogo continuo tra la struttura terapeutica e la famiglia. Nutrire il sentimento dell’amore come presupposto terapeutico è ruolo primario che la famiglia deve recitare nella complessa e delicata programmazione di contrasto alla patologia.
Certo – prosegue la Relatrice – «la famiglia di oggi è molto cambiata rispetto a quella dell’Ottocento, ma non sono cambiati i problemi e le dinamiche interrelazionali al suo interno».
Interessante, a tale proposito, è la definizione dei tipi di famiglia, rivenienti dall’esperienza clinica della psicanalista inglese Janet Treasure (1952), in cui si consumano le relazioni tra i genitori e tra questi e i figli: luoghi, queste famiglie, patogeni di equilibri ma pure di scompensi anticamera dei DCA, che la Dottoressa Iacopini propone alla riflessione del pubblico.
Apprendiamo, perciò, che la famiglia iperprotettiva è quella del canguro; in quella del rinoceronte sono all’ordine del giorno scontri e lotte, anche di natura fisica; in quella della medusa tutto è visibile, compresi i sentimenti di rabbia e di frustrazione; nella “famiglia struzzo” la negazione dell’evidenza porta spesso a prorogare pericolosamente la necessità d’intervento terapeutico; mentre – dulcis in fundo – in quella “delfino” pare che si realizzi meglio la sinergia tra genitore e figlio nei cosiddetti “alti e bassi” con-vissuti verso la guarigione, allegoria che ricorda l’incedere in coppia tipico dei simpatici mammiferi marini.
La Dottoressa Iacopini ha inteso sottolineare che la patologia dei DCA si affronta con il dialogo e che esclude ogni processo al malato, tanto meno quello della colpevolizzazione e del senso di colpa propri di taluni genitori. È importante che «la famiglia si relazioni attraverso gruppi di mutuo aiuto per capire che non esiste solitudine. Perciò, ai fini della guarigione è vitale che le terapie riabilitavive coinvolgano la famiglia sia nei Centri di assistenza sia durante il reinserimento nella vita di tutti i giorni».
L’intervento della Dottoressa Iacopini si è chiuso all’insegna del termine “resilienza”, inteso come «capacità di adattarsi alle avversità dell’animo umano e della nostra mente: strumento utile per assumere atteggiamenti positivi di elasticità, duttilità e flessibilità, di creatività e di perseveranza. Perché il pensiero positivo per un “ben-essere” (slogan che ha animato da sempre il Sindaco Rotoloni…) esistenziale e alimentare tiene viva la speranza, favorisce lo sviluppo della persona e la promuove a livello personale e sociale».
L’intervento della Dottoressa Capannelli, Presidente dell’Associazione HETA-FIDA di Ancona e Perugia è stato pensato come stimolo alla riflessione per gli addetti ai lavori nell’àmbito della terapia, perché costoro «capiscano che il paziente ha una sua storia, un vissuto unico e irripetibile tale da avallare l’assunto che le storie di sofferenza non sono mai uguali. Gli operatori hanno il dovere di accostarsi a ogni storia trattandola come se fosse la prima del loro contributo professionale terapeutico, perché chi è affetto da questa patologia non crede di avere bisogno di aiuto. È dunque importante che gli operatori sappiano trovare gli stimoli giusti affinché un paziente si metta in discussione e, nel contempo, abbia le risposte migliori nel modo più confacente al suo stato».
La sensibilizzazione alla patologia dei DCA, tesa anche a individuare eventuali e plausibili casi in nuce, ma rimasti ancora sommersi a causa della vergogna, è l’iniziativa che taluni studenti dell’Università di Urbino hanno realizzato attraverso un’indagine condotta presso le classi II e III delle scuole superiori di Jesi, Senigallia e Loreto.
Ebbene, su 800 classi intervistate per conoscere le abitudini alimentari e lo stile di vita in generale dei giovani, è emerso che il 16% di loro ha concreti problemi di rapporto con il cibo.
Un metodo d’indagine più che efficace capace di contrastare l’evoluzione di una patologia già potenzialmente in atto: cartina di tornasole che analizza, e aiuta ad avversare in modo tempestivo, le ragioni di un problema sociale che non va sottovalutato sia per i numeri statistici sia per gli esiti preoccupanti.
L’intervento dello psichiatra Dottor Pedrolli è servito per fare il punto sulla situazione della prevenzione in atto presso l’Azienda Sanitaria regionale, e per auspicare una riorganizzazione delle prestazioni offerte al pubblico, sia in funzione di una riqualificazione dei piani d’intervento sia in relazione al coordinamento tra la Sanità pubblica e le strutture riabilitative esistenti e prossime, con l’obiettivo indifferibile di migliorare la qualità dei servizi offerti ai pazienti affetti da DCA.

Oreste Mendolia Gallino

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