Si scrive DCA ed è acronimo di Disturbi del Comportamento Alimentare.
Una piaga sociale che in Italia affligge oltre 3
milioni di persone e che nel 2016 ne ha portate quasi 3 mila alla morte.
Ci si può guarire, certo, ma è – come sempre in
molti casi clinici – un problema di prevenzione. Altrimenti, chi ne soffre cade
in una spirale dalla quale non esce…
A questo tema di grande attualità è stato dedicato
l’omonimo Convegno distrettuale, dall’interessante propositivo sottotitolo
“Accettiamo la sfida”, che si è svolto sabato 20 maggio presso l’ex Convento
Montelatiere, organizzato da Lions International, Distretto 108 A e dal Comune
di San Marcello.
La manifestazione è stata patrocinata da Regione
Marche, Asur Marche - Area vasta n. 2, ASP Ambitonove - Azienda Servizi alla
Persona, Commissione Pari Opportunità tra Uomo e Donna della Regione Marche, HETA
Centro Multisciplinare per il Disagio Psichico e i Disturbi Alimentari, FIDA
Federazione Italiana Disturbi Alimentari, AIDAP Associazione Italiana Disturbi
dell’Alimentazione e del Peso.
Gianni Rossetti, Direttore della Scuola di
Giornalismo di Urbino, nella sua veste di moderatore ha coordinato gli
interventi dei relatori che sono stati, in successione, la Dott.ssa Laura Dalla
Ragione e la Dott.ssa Patrizia Iacopini, psichiatre e psicoterapeute, la
Dott.ssa Giuliana Capannelli, psicanalista e psicoterapeuta, e, in sostituzione
della Dott.ssa Lucia Di Furia, Dirigente Servizio Sanità Regione Marche,
assente per motivi istituzionali, il Dott. Paolo Pedrolli, psichiatra.
Rossetti ha voluto ripercorrere le fasi che hanno
portato alla realizzazione di Villa Oasi,
la struttura residenziale in via di completamento che il sindaco di San
Marcello, Pietro Rotoloni, ha tenacemente voluto e portato avanti acquistando
l’ex convento e la chiesa di Montelatiere, un tempo dei Padri Passionisti, e
che entro l’anno corrente metterà a disposizione 10 posti di degenza e
altrettanti per la terapia riabilitativa dai cosiddetti Distrurbi del
Comportamento Alimentare, i DCA, appunto.
La brillante, tenace e profetica intuizione di
Rotoloni non solo si attesterà come polo di rilevante interesse e prestigio per
la cura delle patologie DCA ma offrirà al territorio una straordinaria opportunità
di impiego e di lavori terzi che solo l’ostinazione e l’intelligenza di
Rotoloni potevano intuire con largo anticipo, andando controcorrente rispetto
all’indifferenza della gente comune...
Per maggiori informazioni su questo argomento invito
il Lettore a leggere il mio articolo che Voce
ha pubblicato il 4 settembre 2016 (cultura_società,
pag. 2).
È probabile che l’indifferenza sia anche frutto
della scarsa informazione; certa è, invece, una più o meno latente vergogna ad
affrontare il tema dei DCA: che ne siano affetti oltre 3 milioni di Italiani è
il dato ufficiale ma qual è la stima del sommerso, di chi prova disagio a
denunciare di essere vittima di una così grave e invasiva patologia?
A porre la domanda è stata la Dottoressa Dalla
Ragione, Responsabile Rete Servizi DCA USL n. 1 Umbria, Direttrice Centro Cura
e Riabilitazione DCA Palazzo Francisci
di Todi. «I dati che abbiamo sono solo la punta dell’iceberg, perché ci sono persone che neppure si rendono conto di
essere affette da questi disturbi e non chiedono aiuto».
Le statistiche emerse in collaborazione col
Ministero della Salute attestano che si tratta di una «patologia grave, seconda
causa di morte in Italia, tra i 18-25 anni, dopo gli incidenti stradali».
I DCA, prosegue la relatrice, sono una vera e
propria «ossessione sulle forme del corpo e sul cibo in sé». Le cause
scatenanti sono talvolta semplici e «non c’è bisogno di intercettare eventuali
traumi infantili».
La lunga scia della cultura ludica femminile
rappresentata dalla bambola Barbie (e
di Ken, suo emulo maschile) ha
modificato nel tempo, quasi irreversibilmente, i simboli estetici del corpo
umano, fino a diventare un «disagio esistenziale. A Todi, sono ricoverate bimbe
di 8/10 anni; il 30% dei pazienti femminili è sotto i 14 anni. Ma anche i
maschi iniziano a soffrire di questi disturbi ed essi rappresentano il 10-20%
della cifra totale dei pazienti. Fra dieci anni i DCA non saranno più una
patologia di genere».
La Dottoressa Dalla Ragione nel suo intervento
sottolinea che «la prognosi immediata salva; perciò, è importante non cronicizzare la patologia ma intervenire
tempestivamente. La famiglia ha un ruolo centrale nella guarigione, perché
spesso essa è l’alveo in cui si consumano errori che portano al disturbo
alimentare. Altrettanto importante è capire che le terapie non possono mai
durare meno di due anni, perciò – conclude la Relatrice – la struttura
residenziale Villa Oasi di San Marcello accresce la rete marchigiana di
prevenzione e di cura dei DCA».
Alla famiglia e al ruolo importante che essa ha nei
DCA è dedicato l’intervento della Dottoressa Iacopini, Medico Psichiatra,
Responsabile Centro DCA di Fermo, secondo cui «la speranza di guarigione va
alimentata dal dialogo continuo tra la struttura terapeutica e la famiglia.
Nutrire il sentimento dell’amore come presupposto terapeutico è ruolo primario
che la famiglia deve recitare nella complessa e delicata programmazione di
contrasto alla patologia.
Certo – prosegue la Relatrice – «la famiglia di oggi
è molto cambiata rispetto a quella dell’Ottocento, ma non sono cambiati i
problemi e le dinamiche interrelazionali al suo interno».
Interessante, a tale proposito, è la definizione dei
tipi di famiglia, rivenienti
dall’esperienza clinica della psicanalista inglese Janet Treasure (1952), in
cui si consumano le relazioni tra i genitori e tra questi e i figli: luoghi,
queste famiglie, patogeni di equilibri ma pure di scompensi anticamera dei DCA,
che la Dottoressa Iacopini propone alla riflessione del pubblico.
Apprendiamo, perciò, che la famiglia iperprotettiva
è quella del canguro; in quella del rinoceronte sono all’ordine del giorno
scontri e lotte, anche di natura fisica; in quella della medusa tutto è visibile,
compresi i sentimenti di rabbia e di frustrazione; nella “famiglia struzzo” la
negazione dell’evidenza porta spesso a prorogare pericolosamente la necessità
d’intervento terapeutico; mentre – dulcis
in fundo – in quella “delfino” pare che si realizzi meglio la sinergia tra
genitore e figlio nei cosiddetti “alti e bassi” con-vissuti verso la
guarigione, allegoria che ricorda l’incedere in coppia tipico dei simpatici
mammiferi marini.
La Dottoressa Iacopini ha inteso sottolineare che la
patologia dei DCA si affronta con il dialogo
e che esclude ogni processo al malato,
tanto meno quello della colpevolizzazione e del senso di colpa propri di taluni
genitori. È importante che «la famiglia si relazioni attraverso gruppi di mutuo
aiuto per capire che non esiste solitudine. Perciò, ai fini della guarigione è
vitale che le terapie riabilitavive coinvolgano la famiglia sia nei Centri di
assistenza sia durante il reinserimento nella vita di tutti i giorni».
L’intervento della Dottoressa Iacopini si è chiuso
all’insegna del termine “resilienza”, inteso come «capacità di adattarsi alle
avversità dell’animo umano e della nostra mente: strumento utile per assumere
atteggiamenti positivi di elasticità, duttilità e flessibilità, di creatività e
di perseveranza. Perché il pensiero positivo per un “ben-essere” (slogan che ha animato da sempre il
Sindaco Rotoloni…) esistenziale e alimentare tiene viva la speranza, favorisce
lo sviluppo della persona e la promuove a livello personale e sociale».
L’intervento della Dottoressa Capannelli, Presidente dell’Associazione
HETA-FIDA di Ancona e Perugia è stato pensato come stimolo alla riflessione per
gli addetti ai lavori nell’àmbito della terapia, perché costoro «capiscano che
il paziente ha una sua storia, un vissuto unico e irripetibile tale da avallare
l’assunto che le storie di sofferenza non sono mai uguali. Gli operatori hanno
il dovere di accostarsi a ogni storia trattandola come se fosse la prima del
loro contributo professionale terapeutico, perché chi è affetto da questa
patologia non crede di avere bisogno di aiuto. È dunque importante che gli
operatori sappiano trovare gli stimoli giusti affinché un paziente si metta in
discussione e, nel contempo, abbia le risposte migliori nel modo più confacente
al suo stato».
La sensibilizzazione alla patologia dei DCA, tesa
anche a individuare eventuali e plausibili casi in nuce, ma rimasti ancora sommersi a causa della vergogna, è
l’iniziativa che taluni studenti dell’Università di Urbino hanno realizzato
attraverso un’indagine condotta presso le classi II e III delle scuole
superiori di Jesi, Senigallia e Loreto.
Ebbene, su 800 classi intervistate per conoscere le
abitudini alimentari e lo stile di vita in generale dei giovani, è emerso che
il 16% di loro ha concreti problemi di rapporto con il cibo.
Un metodo d’indagine più che efficace capace di
contrastare l’evoluzione di una patologia già potenzialmente in atto: cartina
di tornasole che analizza, e aiuta ad avversare in modo tempestivo, le ragioni
di un problema sociale che non va sottovalutato sia per i numeri statistici sia
per gli esiti preoccupanti.
L’intervento dello psichiatra Dottor Pedrolli è
servito per fare il punto sulla situazione della prevenzione in atto presso
l’Azienda Sanitaria regionale, e per auspicare una riorganizzazione delle
prestazioni offerte al pubblico, sia in funzione di una riqualificazione dei
piani d’intervento sia in relazione al coordinamento tra la Sanità pubblica e
le strutture riabilitative esistenti e prossime, con l’obiettivo indifferibile
di migliorare la qualità dei servizi offerti ai pazienti affetti da DCA.
Oreste Mendolia Gallino
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