venerdì 3 novembre 2017

DON LORENZO MILANI

I profeti della Chiesa, anche contemporanea, sono stati spesso oggetto di vessazioni inaudite.
Caso emblematico quello di Galileo: lo scienziato fu processato e giudicato colpevole il 22 giugno 1633, nonostante, nella prefazione e nelle conclusioni de “Il dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, egli affermasse di accettare la verità religiosa secondo la Bibbia. Conosciamo le ammissioni di responsabilità di papa Wojtyla: 10 novembre 1979, istituzione di una Commissione di scienziati per porre fine alla condanna; 22 settembre 1989, prolusione nell’Ateneo pisano in cui l’opera di Galileo «è ora da tutti riconosciuta come una tappa essenziale nella metodologia della ricerca…».
E che dire di Pierre Teilhard de Chardin? Le parole di Padre Lombardi (anch’egli Gesuita come il suo collega francese), Direttore della Sala Stampa della Santa Sede fino al 2016: «Ormai nessuno si sognerebbe di dire che (Teilhard) è un autore che non dovrebbe essere studiato» (luglio 2009) tentano di cancellare (ma non ci riescono “ufficialmente”, come nel caso di Galileo…) il 30 giugno 1962, data in cui lo scienziato gesuita fu oggetto di un monitum del Sant’Uffizio secondo cui «in materia di Filosofia e Teologia si vede chiaramente che le (sue) opere racchiudono ambiguità e anche errori tanto gravi, che offendono la dottrina cattolica».
Ma il 1962 (11 ottobre) non fu anche l’anno in cui si aprì il Concilio Vaticano II?
E circa tre mesi prima, Teilhard non veniva condannato perché il suo pensiero e i suoi scritti contenevano «gravibus erroribus, ut catholicam doctrinam offendant»?
Poiché il tempo è galantuomo, Don Maurizio Gronchi, oggi Consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha precisato che nei contributi apparsi nella rivista Studium (n. 3, maggio-giugno 2014) e sul numero del 5-6 luglio del quotidiano La Croix, la figura di Teilhard assume oggi, sempre più, i nitidi contorni di quel singolare cercatore di Dio nell’universo in movimento.
D’altronde, è ormai impossibile ignorare che gli oltre cinquant’anni dal Concilio Vaticano II sono stati l’occasione per una riscoperta del valore del pensiero teilhardiano, con i suoi stimoli a considerare l’evoluzionismo non solo come teoria scientifica compatibile con la fede cristiana, ma anche come modello interpretativo di carattere antropologico ed ecologico cui i Pontefici attuali danno rilievo.
Altro profeta incompreso fu Don Lorenzo Milani, il giovane sacerdote nato in Firenze in una famiglia altoborghese, appassionato di Letteratura e di Musica che, all’incirca a metà del XX secolo, inventò un nuovo modo d’insegnare: la cultura come riscatto, la non violenza come pratica di vita.
Molte le similitudini pedagogiche tra Milani e Montessori!
I libri anticonformisti di Milani dettero “fastidio” al Magistero; eppure, il suo “Esperienze Pastorali” ebbe il nulla osta dell’Arcivescovo di Firenze e una prefazione dell’Arcivescovo di Camerino.
Nonostante ciò, durante il pontificato di Papa Giovanni la delazione contro Milani si fece ostinata fino a raggiungere il Sant’Uffizio, sempre in agguato per difendere la Chiesa di allora per tante ragioni, pure di opportunismo politico, tra le quali il problema del Comunismo che in quel tempo era un grattacapo reale che assillava tanto il Cristianesimo quanto la politica internazionale…
A cinquant’anni dalla sua morte (26 giugno 1967), il Centro Culturale I Care, con il patrocinio del Comune di Jesi (rappresentato dall’Assessore alla Cultura Dottor Butini), presso la Chiesa diSan Giovanni Battista (San Filippo), dal 1° al 9 aprile ha promosso una mostra fotografica commemorativa a cura della fiorentina Fondazione Don Milani, confluita, a due giorni dal suo termine, venerdì 7 aprile, alle ore 18, nella conferenza di presentazione del libro “Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole”. Era presente l’Autrice, Valeria Milani Comparetti, nipote, da parte di padre, di Don Lorenzo (che, in realtà, “faceva” di cognome Milani Comparetti…).
Voglio qui ricordare che fu proprio Don Lorenzo ad adottare, nella sua esperienza pedagogica, il motto inglese “I care” (m’importa, m’interessa, ho a cuore) in aperta opposizione a quello fascista “me ne frego”.
Quel motto è stato “ripescato” da Don Attilio Pastori quando, alcuni anni fa, ci si è ispirato per costituire il Centro Culturale I Care (ultima sua creatura culturale preceduta da Musica Præcentio venticinque anni or sono) nel tentativo di riesumare, queste le sue parole, «l’intenzione di Don Milani di portare i giovani, che ora sono anziani, alla sensibilità dei problemi inerenti alla conoscenza culturale e ai problemi dell’impegno anche politico da portare avanti in senso umano e cristiano».
Con questa testimonianza Monsignor Pastori ha ricordato di aver conosciuto Don Milani, seppure “di sfuggita”, quand’era giovane studente universitario in Firenze. Un tempo, quello, in cui – sempre dalle parole di Don Attilio – «in Jesi e in tutte le Diocesi italiane, quando io ero vice parroco in San Giuseppe, sul confessionale campeggiava lo scritto “se sei comunista, sei in peccato, confessalo!”».
Il libro che la nipote di Milani ha scritto ricorda per un certo verso quello dell’intima corrispondenza del sacerdote fiorentino con la mamma, «in cui il rapporto tra madre e figlio si rivela di un’intensità straordinaria, anche intellettuale»; ma, nel nostro caso, accade il contrario, perché l’epistolario tra Milani e il babbo (nonno dell’Autrice) è stato rinvenuto quasi per caso, «in scatoloni di cose vecchie», e fa emergere un uomo, Albano, «che è stato molto influente su Lorenzo».
«Ho scoperto – prosegue l’Autrice – che Albano era stato battezzato ed educato come cattolico; l’ho scoperto dai suoi scritti che in parte ho trascritto: questo è un libro molto documentale e io mi sono limitata a dare un assaggio di quello che è l’archivio di Albano. Pur essendo un laico agnostico, egli era studioso di religioni, soprattutto di quella Cattolica, e aveva scritto vari testi sulla religione cattolica. Fino a oggi, Don Lorenzo è stato visto come “il figlio di un’ebrea” vissuto in un ambiente familiare ebreo, cosa che in realtà non era…».
Nonostante il suo agnosticismo «Albano s’interessava di dogmatica, mistica e culto mariano, ed esercitava l’autorevolezza che un padre, soprattutto in quel tempo, poteva avere sui figli. Albano si occupò anche d’istruire i suoi contadini, pur essendo un borghese liberale e proprietario terriero padronale e paternalista dal quale Lorenzo si dissociò completamente…».
Il sottotitolo “Carezzarsi con le parole” spiega che in quella famiglia borghese («nella quale non si era soliti avere contatti fisici, come le carezze, perché “non si fa”») il rapporto d’affetto era veicolato dalla parola. Don Lorenzo usò questo espediente «per arrivare alla “scrittura collettiva” (esperienza straordinaria e importantissima della sua Pastorale) intesa come un “carezzarsi” che si fa all’interno di un patto amoroso come quello familiare. Per noi – termina l’Autrice – è così che trasmettiamo l’amore per l’altro: seguendone gli interessi, discutendone con lui, perché uno scritto è un progetto di discussione comune e di approfondimento».
Nel tentativo di porre fine all’esegesi distorta di Don Milani, in chiusura l’Autrice ha annunciato la prossima edizione dell’opera omnia dello zio sacerdote «in modo da dare la versione “vera” di ciò che Don Milani ha scritto, poiché molti (da varie parti) ne hanno strumentalizzato l’operato. Ecco i testi filologicamente restituiti e sono ciò che Don Milani ha veramente scritto…».

Oreste Mendolìa Gallino

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