I profeti della Chiesa,
anche contemporanea, sono stati spesso oggetto di vessazioni inaudite.
Caso emblematico quello di Galileo:
lo scienziato fu processato e giudicato colpevole il 22 giugno 1633, nonostante,
nella prefazione e nelle conclusioni de “Il dialogo sopra i due massimi sistemi
del mondo”, egli affermasse di accettare la verità religiosa secondo la Bibbia.
Conosciamo le ammissioni di responsabilità di papa Wojtyla: 10 novembre 1979,
istituzione di una Commissione di scienziati per porre fine alla condanna; 22
settembre 1989, prolusione nell’Ateneo pisano in cui l’opera di Galileo «è ora da tutti riconosciuta
come una tappa essenziale nella metodologia della ricerca…».
E che dire di Pierre Teilhard de Chardin? Le parole di Padre Lombardi (anch’egli Gesuita come il suo collega
francese), Direttore della Sala Stampa della Santa Sede fino al 2016: «Ormai nessuno
si sognerebbe di dire che (Teilhard) è un autore che non dovrebbe essere
studiato» (luglio 2009) tentano di cancellare (ma non ci riescono
“ufficialmente”, come nel caso di Galileo…) il 30 giugno 1962, data in cui lo
scienziato gesuita fu oggetto di un monitum
del Sant’Uffizio secondo cui «in materia di Filosofia e Teologia si vede
chiaramente che le (sue) opere racchiudono ambiguità e anche errori tanto
gravi, che offendono la dottrina cattolica».
Ma il 1962 (11
ottobre) non fu anche l’anno in cui si aprì il Concilio Vaticano II?
E circa tre mesi prima,
Teilhard non veniva condannato perché il suo pensiero e i suoi scritti contenevano
«gravibus erroribus, ut catholicam doctrinam offendant»?
Poiché il tempo è galantuomo, Don Maurizio Gronchi, oggi
Consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha precisato che nei
contributi apparsi nella rivista Studium
(n. 3, maggio-giugno 2014) e sul numero del 5-6 luglio del quotidiano La Croix, la figura di Teilhard assume oggi,
sempre più, i nitidi contorni di quel singolare cercatore di Dio nell’universo
in movimento.
D’altronde, è ormai impossibile ignorare che gli oltre
cinquant’anni dal Concilio Vaticano II sono stati l’occasione per una
riscoperta del valore del pensiero teilhardiano, con i suoi stimoli a
considerare l’evoluzionismo non solo come teoria scientifica compatibile con la
fede cristiana, ma anche come modello interpretativo di carattere antropologico
ed ecologico cui i Pontefici attuali danno rilievo.
Altro profeta incompreso fu Don Lorenzo Milani, il giovane
sacerdote nato in Firenze in una famiglia altoborghese, appassionato di
Letteratura e di Musica che, all’incirca a metà del XX secolo, inventò un nuovo
modo d’insegnare: la cultura come riscatto, la non violenza come pratica di
vita.
Molte le similitudini pedagogiche tra Milani e Montessori!
I libri anticonformisti di
Milani dettero “fastidio” al Magistero; eppure, il suo “Esperienze Pastorali” ebbe il nulla osta dell’Arcivescovo di Firenze e
una prefazione dell’Arcivescovo di Camerino.
Nonostante ciò, durante
il pontificato di Papa Giovanni la delazione contro Milani si fece ostinata
fino a raggiungere il Sant’Uffizio, sempre in agguato per difendere la Chiesa
di allora per tante ragioni, pure di opportunismo politico, tra le quali il
problema del Comunismo che in quel tempo era un grattacapo reale che assillava
tanto il Cristianesimo quanto la politica internazionale…
A
cinquant’anni dalla sua morte (26 giugno 1967), il Centro Culturale I Care, con il patrocinio del Comune di Jesi
(rappresentato dall’Assessore alla Cultura Dottor Butini), presso la Chiesa diSan Giovanni Battista (San Filippo), dal 1° al 9 aprile ha promosso una mostra fotografica
commemorativa a cura della fiorentina Fondazione
Don Milani, confluita, a due giorni dal suo termine, venerdì 7 aprile, alle
ore 18, nella conferenza di presentazione del libro “Don Milani e suo padre.
Carezzarsi con le parole”. Era presente l’Autrice, Valeria Milani Comparetti,
nipote, da parte di padre, di Don Lorenzo (che, in realtà, “faceva” di cognome
Milani Comparetti…).
Voglio qui
ricordare che fu proprio Don Lorenzo ad adottare, nella sua esperienza
pedagogica, il motto inglese “I care” (m’importa, m’interessa, ho a cuore) in aperta opposizione a quello fascista “me ne frego”.
Quel motto è
stato “ripescato” da Don Attilio Pastori quando, alcuni anni fa, ci si è
ispirato per costituire il Centro
Culturale I Care (ultima sua creatura culturale preceduta da Musica Præcentio venticinque anni or
sono) nel tentativo di riesumare, queste le sue parole, «l’intenzione di Don Milani di portare i
giovani, che ora sono anziani, alla sensibilità dei problemi inerenti alla
conoscenza culturale e ai problemi dell’impegno anche politico da portare
avanti in senso umano e cristiano».
Con questa
testimonianza Monsignor Pastori ha ricordato di aver conosciuto Don Milani,
seppure “di sfuggita”, quand’era giovane studente universitario in Firenze. Un
tempo, quello, in cui – sempre dalle parole di Don Attilio – «in Jesi e in
tutte le Diocesi italiane, quando io ero vice parroco in San Giuseppe, sul
confessionale campeggiava lo scritto “se sei comunista, sei in peccato, confessalo!”».
Il libro che
la nipote di Milani ha scritto ricorda per un certo verso quello dell’intima
corrispondenza del sacerdote fiorentino con la mamma, «in cui il rapporto tra
madre e figlio si
rivela di un’intensità straordinaria, anche intellettuale»;
ma, nel nostro caso, accade il contrario, perché l’epistolario tra Milani e il
babbo (nonno dell’Autrice) è stato rinvenuto quasi per caso, «in scatoloni di
cose vecchie», e fa emergere un uomo, Albano, «che è stato molto influente su
Lorenzo».
«Ho scoperto – prosegue l’Autrice – che Albano era
stato battezzato ed educato come cattolico; l’ho scoperto dai suoi scritti che
in parte ho trascritto: questo è un libro molto documentale e io mi sono
limitata a dare un assaggio di quello che è l’archivio di Albano. Pur essendo
un laico agnostico, egli era studioso di religioni, soprattutto di quella
Cattolica, e aveva scritto vari testi sulla religione cattolica. Fino a oggi, Don
Lorenzo è stato visto come “il figlio di un’ebrea” vissuto in un ambiente
familiare ebreo, cosa che in realtà non era…».
Nonostante il suo agnosticismo «Albano s’interessava
di dogmatica, mistica e culto mariano, ed esercitava l’autorevolezza che un
padre, soprattutto in quel tempo, poteva avere sui figli. Albano si occupò
anche d’istruire i suoi contadini, pur essendo un borghese liberale e
proprietario terriero padronale e paternalista dal quale Lorenzo si dissociò
completamente…».
Il sottotitolo “Carezzarsi con le parole” spiega che
in quella famiglia borghese («nella quale non si era soliti avere contatti
fisici, come le carezze, perché “non si fa”») il rapporto d’affetto era
veicolato dalla parola. Don Lorenzo usò questo espediente «per arrivare alla
“scrittura collettiva” (esperienza straordinaria e importantissima della sua
Pastorale) intesa come un “carezzarsi” che si fa all’interno di un patto
amoroso come quello familiare. Per noi – termina
l’Autrice – è così che trasmettiamo l’amore per l’altro: seguendone gli
interessi, discutendone con lui, perché uno scritto è un progetto di
discussione comune e di approfondimento».
Nel tentativo di porre fine all’esegesi distorta di Don
Milani, in chiusura l’Autrice ha annunciato la prossima edizione dell’opera omnia dello zio sacerdote «in modo
da dare la versione “vera” di ciò che Don Milani ha scritto, poiché molti (da
varie parti) ne hanno strumentalizzato l’operato. Ecco i testi filologicamente
restituiti e sono ciò che Don Milani ha veramente scritto…».
Oreste
Mendolìa Gallino

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